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Chiuso senza ragione il Bibliopoint di Tor Vergata. Ovvero: perché il fundraising non cresce nella pubblica amministrazione?

da | 17 Gen 2018 | Fundraising: vorrei e non vorrei | 2 commenti

Da anni ci confrontiamo in modo drammatico con la carenza di fondi pubblici o con un loro uso inefficiente e inefficace. Sempre di più, quindi, le istituzioni pubbliche guardano al fundraising come una riposta possibile a questa situazione di crisi finanziaria.

L’attenzione si concentra giustamente su ambiti come la cultura, la scuola, i servizi socio-assistenziali e, comunque, quelle iniziative e attività che pur non essendo essenziali concorrono in modo evidente ad accrescere il benessere della comunità.

Il problema non è fare fundraising per queste cause e neanche trovare i sostenitori. Checché se ne dica, gli italiani sono generosi o almeno propensi – se non altro per una nostra antica tradizione – a contribuire economicamente al sostegno dei “beni comuni”. Il problema è dato dagli ostacoli, dai lacci e lacciuoli di natura burocratica e amministrativa, da una cultura del lavoro dipendente che minimizza e addirittura respinge la passione e la condivisione di una causa sociale quale elemento del profilo professionale di un lavoratore, ma anche dalla cieca idiozia di chi ha responsabilità di governo o direzione.

Che parole forti! Guarda, Coen Cagli che rischi la querela. Niente affatto. Cito il Garzanti:

idiota

  1. persona stupida, deficiente (spesso usato come epiteto ingiurioso)
  2. (med.) chi è affetto da idiozia
  3. (ant.) persona rozza, incolta
    si dice di persona stupida o di cosa che rivela stupidità: battuta, risposta idiota

Etimologia: ← dal lat. idiōta(m) ‘ignorante’, che è dal gr. idiṓtēs, deriv. di ídios, nel sign. di ‘(uomo) privato’, che come tale è considerato ‘incompetente, inesperto’ rispetto a chi riveste incarichi pubblici.

Mentre Treccani ce ne spiega le origini:

In latino, idiota significava ‘incompetente, inesperto, incolto’ e proveniva a sua volta dal greco idiótes. Idiótes voleva dire ‘uomo privato’, in contrapposizione all’uomo pubblico, il quale ultimo rivestiva cariche politiche e dunque era colto, capace, esperto; quindi già in greco idiótes valeva ‘uomo inesperto, non competente’.

Ed ecco la dimostrazione attraverso un caso emblematico.

Quattro anni fa, per iniziativa del Sistema Bibliotecario dei Castelli Romani e in partnership con Club Medici Service, una realtà che offre servizi di vario genere ai medici (e fa di questo il suo business), si dà vita – non senza difficoltà burocratiche di vario genere – al punto biblioteca presso il Policlinico Tor Vergata di Roma. Il Policlinico, per chi non lo conoscesse, è una sorta di cittadella in un quartiere privo di servizi culturali, sociali e anche di altro genere. Insomma un posto importante in un luogo desolato.

Come rendere migliore la vita dei degenti e del personale in questa cattedrale nel deserto? Uno dei modi è quello di portare la cultura all’interno dell’ospedale. Un punto dove leggere, prendere in prestito libri, accedere ad una miriade di servizi tramite gli strumenti messi a disposizione dalle biblioteche dei Castelli Romani (tra i quali MLOL, uno dei sistemi più avanzati di accesso a contenuti culturali di vario genere). Ma anche un bel posto, con tavolini e personale accogliente. Al tempo stesso per i medici è un punto dove accedere a servizi di vario genere forniti da Club Medici Service. Direi senza dubbio l’unico posto veramente “umano e sociale” dell’ospedale. Meglio anche del bar, dozzinale come normalmente avviene per quasi tutti i bar di ospedale.

La cosa importante è che tutto ciò non è costato e non costa neanche un euro alla pubblica amministrazione e i servizi sono gratuiti come in qualunque biblioteca. Questo grazie all’investimento economico e in personale fatto da Club Medici Service. Posso assicurare che è una delle operazioni di Responsabilità Sociale di Impresa più intelligenti che io abbia mai visto, anche se non ha destato clamore.

Peraltro, quest’iniziativa risponde da anni, in modo lungimirante, a quella che oggi è una politica di primaria importanza: la promozione della lettura, sulla quale la pubblica amministrazione, giustamente, investe soldi e personale.

Insomma: un gioiello.

E cosa si fa con un gioiello? Lo si tiene da conto, lo si cura, lo si valorizza. Ma la direzione della Fondazione Tor Vergata, che gestisce il Policlinico e che è costituita anche dalla Regione Lazio (che punta giustamente sulla Sanità quale priorità del proprio governo) cosa fa? Chiude il Bibliopoint senza esplicitare motivazioni e senza preavvertimento. E “chisenefrega” delle migliaia di utenti che hanno fruito e fruiscono del servizio e anche dell’impegno di Club Medici Service.

Da un articolo di giornale trapela la notizia che il Bibliopoint è stato chiuso perché è terminata la convenzione. Al che, sorge spontanea una domanda: ma perché non è stata rinnovata? Qual è la ragione che ha portato a non promuovere il rinnovo? Sarà mica che non si vede di buon occhio la presenza di un soggetto privato (un’associazione di servizi per i medici) all’interno di un un servizio pubblico? Se così fosse saremmo di fronte ad una grande schizofrenia: da una lato chiediamo i soldi dei privati per fare le cose, dall’altro però non li vogliamo tra i piedi.

Ecco cosa frena il fundraising per i beni comuni: l’idiozia

Chiusura del Bibliopoint di Tor Vergata

Il Bibliopoint di Tor Vergata prima e dopo la chiusura.

Difficile trovare una risposta tecnica al problema dell’idiozia. Alle regole burocratiche inefficaci, ai paradossi prodotti da norme amministrative ci sono risposte tecniche. All’idiozia no. Non è che cambiando una legge o un provvedimento si possa annullare l’idiozia. Ed è per questo che è l’ostacolo peggiore al fundraising per la pubblica amministrazione.

Per dovere di cronaca: in quanto cittadino e persona che da anni si occupa di fundraising per la cultura e per i beni comuni e che in ogni corso sulla cultura cita – anche in contesti internazionali – il caso Bibliopoint Tor Vergata come esempio, ho scritto al Presidente della Regione Lazio (nonché commissario ad acta per la Sanità), all’Assessore alla Cultura (che presiede a politiche di promozione della lettura) e al Direttore della Fondazione Tor Vergata, chiedendo di riparare a quest’idiozia o almeno di esplicitare i motivi che hanno portato alla chiusura, cosa che dovrebbe essere obbligatoria per un buon governo della cosa pubblica. Altri hanno anche promosso interrogazioni al Presidente della Regione Lazio e scritto al Rettore dell’Università di Tor Vergata.

Attendiamo risposta. Ma intanto cerchiamo di capire come combattere l’idiozia alla radice…

2 Commenti

  1. Francesco

    Caro Massimo, azzardo una ipotesi fin troppo semplicistica: è morto il buon senso? Si. In parte. Lavorando in una pubblica amministrazione ti posso garantire che il buon senso non è un valore tenuto da conto nell’applicazione della prassi normativa e quindi nella gestione di un bene pubblico. Non lo è a prescindere. Non lo è alla radice perché le norme nascondono o palesano una idiozia resa patologica dal proliferare virale della sciatteria. L’egoriferimento che sostanzia caratterialmente il pulviscolo in cui scivola il tempo e le nostre vite è tale perché coerentemente lo si ritrova nella suddivisione di mondi sempre più trasparenti o più infinitamente opachi l’uno all’altro. La difficoltà di creare comunità sta anche in questa invalicabilità dei codici, degli intenti, delle leve valoriali che ci agiscono. L’intelligenza non si attacca. La scarlattina si. Non dobbiamo, per questo, morire nel sonno. Alle mura coi sassi. O coi twitter. Ti abbraccio.

  2. Massimo Coen Cagli

    il problema in questo caso è capire se è scarlattina (grave) -e io sospetto di sì, pergiunta indotta e non autoinsorgente -, oppure se sia – in termini medici – una carenza di intelligenza. In tal caso toccherà fare una cura massiccia, anche resecando qualche elemento.

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