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Con i diversamente abili: fundraising per realizzare case famiglia

da | 9 Ott 2018 | Io penso positivo | 0 commenti

Sempre più soli, stanchi e senza speranze dopo tante lotte per affermare il diritto dei disabili ad esserci.

A Roma, questo sento dire ai familiari di persone diversamente abili, nonostante i passi in avanti fatti con i servizi di assistenza domiciliare e sostegno scolastico e con lo sport paralimpico, che ha scoperto nuovi campioni e belle storie di vita. Le stesse organizzazioni non profit che sostengono persone disabili sembrano disarmate dalla complessità del percorso per la realizzazione di strutture residenziali.

La legge del “Dopo di noi” del 2016, che ha l’obiettivo di promuovere l’inclusione sociale e l’autonomia del disabile con un fondo dedicato anche a progetti di realizzazione di alloggi, ad oggi ha quantitativamente deluso le aspettative delle famiglie e dei disabili. È evidente: quando finisce l’inserimento scolastico non si trovano opportunità lavorative né di inserimento in case famiglia per una vita in piena autonomia.

Cambiare strada richiede un grande coraggio ma, se si accetta la sfida, si impedisce di ripetere all’infinito il solito percorso che ha portato a scarsi risultati. Fermo restando la consapevolezza che la maggior parte delle abitazioni non sono costruite in modo tale da adempiere i parametri di legge delle residenze protette e che non esiste un piano organico in grado di stimolare un’edilizia in grado di produrre unità abitative già a norma per le persone disabili.

Perciò propongo un metodo e un’esperienza.

Un metodo

Il metodo consiste nel dotare di una strategia di fundraising ogni singolo progetto di casa famiglia promosso da Onlus, con l’obiettivo di creare valore sociale aggiunto attraverso l’alleanza con l’Istituzione Pubblica e la partecipazione dei cittadini del territorio. Ciò consente di valorizzare la Comunità, l’insieme delle Istituzioni, del privato sociale, degli enti del territorio, delle aziende, dei sostenitori economici, dei volontari e di rendere sostenibile nel tempo la struttura protetta.

Permette, altresì, di avvalorare la cultura dei “beni comuni” da preservare, rimarcando la differenza fra l’apertura di una sala di slot-machines e la promozione di un servizio sociale su un territorio, comunicandone, così, le enormi differenze e il diverso impatto.

L’intervento del privato sociale parte con l’obiettivo di:

  • lanciare, tra le famiglie di persone con disabilità che hanno maggiori disponibilità economiche, una campagna di acquisizione di lasciti di abitazioni o di consistenti fondi economici (con attenzione al diritto di legittima);
  • proseguire il percorso, avviando una raccolta fondi comunitaria per i lavori di trasformazione e/o ampliamento degli immobili messi a disposizione, al fine di adeguarli alle norme sulle residenze protette.

Il fulcro di questa prima parte dell’azione sono le Onlus e le famiglie di persone disabili, le quali diventano promotrici del progetto. È, invece, compito delle Istituzioni Pubbliche valutare, condividere e migliorare le proposte e pensare bandi ad hoc per convenzioni, reperendo i fondi necessari alla gestione delle case famiglia.

Un Comitato di gestione della casa famiglia composto da operatori pubblici, familiari, operatori delle Onlus e cittadini sostenitori vigila sugli ospiti e sulle necessità della struttura. È lo strumento permanente di raccolta fondi, importante anche per dotare la casa di eventuali servizi aggiuntivi e per l’ordinaria manutenzione dell’immobile.

Una politica sociale di questo tipo ha bisogno, per creare impatti significativi, della stretta collaborazione tra i quattro attori (Istituzione Pubblica, Privato Sociale, famiglie dei disabili e Comunità) che accompagnano i progetti e stimolano la cultura della donazione.

Ognuno può mettere a disposizione competenze e ruoli a vantaggio degli impatti futuri:

  • L’Istituzione Pubblica può rendere meno burocratico e semplificare tutto il percorso che va dal progetto alla realizzazione, dall’accreditamento alla convenzione di case famiglia.
  • Il Privato Sociale (cooperazione e associazionismo) deve avere il coraggio di investire sul valore delle proprie relazioni e cercare risorse economiche “altre”, pretendendo collaborazione, regole semplificate e bandi ad hoc.
  • Le famiglie di persone diversamente abili devono lasciare andare la paura di affidare la qualità della vita dei propri figli ad altri.
  • La Comunità deve pensare ai servizi residenziali per disabili come ad un bene comune per il territorio, da sostenere economicamente con l’organizzazione di eventi dedicati e con azioni di volontariato superando, così, il concetto illusorio di un’Istituzione Pubblica onnipotente.

Un’esperienza realizzata

La Casa del Sole, che la Cooperativa Cecilia Onlus gestisce attualmente nel quartiere Centroni a Roma (siamo nel Municipio VII) in regime di convenzione con il Dipartimento Politiche Sociali, Sussidiarietà e Salute di Roma Capitale dal 1 Settembre 2017, può ospitare sette persone con disabilità media e grave.

Il progetto Casa del Sole nasce nel 2010 dalla proposta della madre di un utente assistito dalla Cooperativa Cecilia nell’ambito del Servizio Domiciliare ai Disabili (SAISH) dell’allora Municipio Roma X. L’idea era “donare” la sua casa di abitazione alla Cooperativa, in cambio di assistenza a vita a suo figlio. La casa è stata perciò trasformata e destinata a diventare una casa famiglia per ragazzi disabili. Tra l’altro, quello di una nuova casa famiglia era uno degli obiettivi della Cooperativa, la quale intendeva rispondere alla domanda che, con angoscia, molti genitori di ragazzi disabili si pongono: dopo di noi chi si occuperà dei nostri figli?

Un’altra madre si è poi aggiunta nel promuovere il progetto, anche lei per garantire un futuro certo al proprio figlio disabile grave. Entrambe le mamme hanno messo a disposizione tutti i propri contatti per lanciare una campagna di raccolta fondi.

La storia della residenza svela un’azione partecipativa e innovativa nell’acquisizione dell’immobile e nel finanziamento della sua ristrutturazione, adeguamento e messa a norma. La “donazione” della casa di una delle due madri in cambio di cura e assistenza nei confronti del figlio per tutta la vita parte dalla sottoscrizione di un contratto vitalizio assistenziale immobiliare improprio.

Il primo passo necessario è stato quello di raccogliere il parere del Tribunale di Roma, il quale si è espresso favorevolmente alla donazione in cambio di assistenza al ragazzo disabile “in quanto il contratto si propone senz’altro nell’interesse dell’assistito”.

Nel giugno 2011 abbiamo aperto la campagna di raccolta fondi destinata alla ristrutturazione e all’ampliamento della casa di Centroni per renderla a norma, adeguata e funzionale all’ospitalità di un gruppo di disabili gravi.

Ci sono voluti più di due impegnativi anni, in cui il Comitato per l’apertura della casa famiglia (composto da dirigenti e fundraiser della Cooperativa – compreso me -, dalle famiglie dei ragazzi disabili e da donatori sensibili) ha lavorato per reperire risorse sufficienti per un ampliamento di quaranta metri quadrati. Ciò ha permesso di adeguare la struttura all’ospitalità di sei o sette persone con disabilità.

Attraverso la promozione di eventi (memorabile il primo aperitivo con musica nel giardino della vecchia casa con 250 partecipanti e circa 8.500 euro raccolti), di donazioni da privati, da aziende, la richiesta di un contributo del bando di Autostrade per l’Italia, lotterie di solidarietà e la destinazione del 5 per mille, sono stati raccolti:

  • 76.615,76 euro nel 2011;
  • 66.235,74 euro nel 2012;
  • 29,862.03 euro nel 2013.

Con l’integrazione di fondi da parte della Cooperativa Cecilia Onlus, si è arrivati ad otre 220.000 euro necessari ai lavori di risistemazione e messa a norma e, successivamente, all’avvio del servizio di residenza protetta con i primi due ragazzi disabili.

La raccolta fondi è proseguita negli anni successivi per assicurare il pagamento delle rate del mutuo sulla casa e alcuni lavori di manutenzione e pulizia dei locali.

L’inaugurazione della struttura è avvenuta il 14 Novembre 2013 alla presenza di rappresentati delle istituzioni regionali, comunali e municipali e con la partecipazione di parlamentari e di circa trecento persone che, a diverso titolo, avevano contribuito e finanziato l’opera.

Nel periodo di accreditamento della struttura, quando ancora si era in assenza di una convenzione, la Cooperativa Cecilia ha provveduto faticosamente ai costi di gestione.

Oggi, la struttura è una villa con ingresso autonomo e si trova in Via del Fosso di Sant’Andrea 55, nel quartiere periferico di “Centroni” – come dicevo. È composta da quattro camere da letto, un ampio salone di quaranta metri quadrati, due bagni attrezzati, un terrazzo e un giardino utilizzabile. Ospita sei persone disabili, in attesa di un settimo inserimento.

È di proprietà della Cooperativa Cecilia Onlus, che ha pagato negli anni una parte residua del mutuo acceso dalla mamma che era la precedente proprietaria. Il quartiere “Centroni” assicura spazi e vivibilità. È l’ideale per una vita di relazione soddisfacente per gli ospiti della Casa Famiglia.

Criticità e punti di forza del progetto

Le criticità sono state le seguenti:

  • È nato senza un accordo preventivo e una collaborazione fattiva con l’Ente Pubblico per facilitare l’intero processo di realizzazione e per far diventare il progetto un programma pilota del Dipartimento delle Politiche Sociali di Roma Capitale.
  • Non si è aperto un dibattito politico sull’opportunità di nuove forme di partecipazione dal basso e di autorganizzazione delle famiglie dei disabili. Per qualche tempo, l’attivismo della Cooperativa e dei due familiari promotori è stato visto con perplessità, poiché metteva a rischio la graduatoria del Dipartimento e “garantiva” a due disabili una corsia privilegiata per entrare in casa famiglia. Non si considerava che grazie al progetto cinque disabili gravi avrebbero in seguito trovato ospitalità e le loro famiglie un approdo certo.
  • La fase di autofinanziamento da parte della Cooperativa Cecilia e l’attesa delle famiglie per l’ingresso di nuovi ospiti sono durate troppo a lungo a causa dell’assenza di bandi, comportando il rischio che il progetto fallisse.
  • Gli strumenti giuridici predisposti da avvocati sensibili al sociale e messi a disposizione del progetto (vedi vitalizio assistenziale improprio) da un lato hanno consentito il regolare lascito di casa in cambio di assistenza per tutta la vita, dall’altro hanno mostrato qualche lacuna nella loro applicazione concreta e hanno subito alcune correzioni sostanziali, soprattutto nella parte delle garanzia del disabile e della Cooperativa.

Il principale punto di forza dell’esperienza è stato scoprire la grande sensibilità di donatori e sostenitori e la grande forza delle relazioni in campo, che hanno consentito un risultato economico eccezionale. Tutto ciò è stato ottenuto nonostante il numero iniziale di contatti non fosse elevato anche attingendo a tutti i mercati (aziende, fondazioni, individui).

Sono disponibile a condividere più nel dettaglio il percorso intrapreso e appena descritto con chiunque sia interessato.

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