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Sarà il caldo che dà alla testa, ma non credo che sia una rivoluzione

da | 13 Lug 2017 | Fundraising: vorrei e non vorrei | 0 commenti

Sarà che siamo alla fine di un anno di lavoro e che quindi la pazienza viene meno, sarà il caldo che rende tutti nervosi, ma non riesco a non dire la mia di fronte a questa mirabolante notizia pubblicata da La Repubblica che addirittura richiama la forza di una Rivoluzione!

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Donapp: la notizia pubblicata da La Repubblica.

Non me ne abbiano gli inventori di Donapp, start-up accelerata da LuissEnlabs, che ha inventato un metodo – dicono loro sicuro – per donare senza spendere un euro acquistando prodotti. Non è possibile, però, fare beneficenza a costo zero almeno che non si sconvolgano le regole base dell’economia. Sarebbe come dire che non è vero che in natura nulla si crea e nulla si distrugge.

La cosa mi provoca un po’ di prurito e ho bisogno di qualche “grattatina”, anche perché il giornalismo privo di approccio critico mi sembra veramente poca cosa.

Primo: le donazioni non sono beneficenza

Primo. Le donazioni non sono beneficenza: già partiamo male perché sviliamo il senso profondo delle donazioni, che assomigliano più ad un investimento sociale che alla carità, che è altra cosa.

Secondo: o si dona o si consuma

Secondo. O si dona o si consuma: sono cose molto diverse. Se la motivazione a donare è fare un atto di acquisto non ci siamo. È una contraddizione in termini. Che le due cose possano dialogare non v’è dubbio. Ma per fare fundraising la donazione deve essere trainata da motivazioni diverse dal consumo.

Terzo: non abbiamo bisogno di carità

Terzo. Non abbiamo bisogno di carità: quindi non abbiamo bisogno di persone che si “sentano bene” nel mollare qualche euro. Noi abbiamo bisogno di donatori consapevoli, che accompagnino nel tempo progetti e cause sociali. Altrimenti il fundraising diventa una “pezza” da mettere ai nostri buchi in cassa. La donazione inconsapevole e occasionale per noi è una fregatura. Poi, per carità prendiamo di tutto e non siamo così moralisti! Ma se vogliamo sostenere i nostri progetti dobbiamo fare ben altro. Il consumatore, in questo caso, non è donatore di niente perché indica solo, con il suo acquisto, la donazione che eventualmente farà l’azienda o l’esercizio commerciale. Si tratta semplicemente di svolgere il misero mestiere di consumatore, che deve consumare il più possibile.

Quarto: piccolo non è per forza bello

Quarto. Piccolo non è per forza bello. Facile non è per forza forte: la donazione richiede uno sforzo. Non chiederlo al donatore è come non chiedergli nulla. Con questa applicazione, secoli di riflessioni filosofiche, economiche e sociologiche sul dono vanno a farsi benedire in un battibaleno.

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Donapp: la notizia pubblicata da La Repubblica.

Rischia di essere un ottimo strumento per svilire la donazione e il fundraising, rendendolo un bel giochino per ragazzini che consumano e che, al contempo, consumando si possono sentire un po’ più buoni. Sono sicuro che con questo paradigma rivoluzioneremo il mondo. Secondo me queste modalità stanno alla donazione vera e propria come il like su Facebook sta alla mobilitazione concreta e all’impegno personale. Insomma, un sostituto dell’azione sociale: comodo, facile, gratuito.

Quinto: le aziende sono le uniche a guadagnarci

Quinto. E qui veramente non mi trattengo. Un strumento molto più facile, comodo e gratuito per le aziende, le uniche che veramente guadagnano in questo scambio. Addirittura l’applicazione si propone come strumento portante della responsabilità sociale di impresa:

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Donapp: la notizia pubblicata da La Repubblica

In verità, l’azienda non sposa nessuna causa né fa investimenti sociali importanti. Facendo un rapido calcolo, l’azienda ci guadagna: un incremento dei consumatori, spinti dalle organizzazioni a fare acquisti presso il fornitore convenzionato, il che equivale ad un valore enorme in termini di investimento per acquisizione nuovi consumatori e quindi un incremento del fatturato, delle anagrafiche dei consumatori e un po’ di immagine. Tutto questo ha un valore molto superiore alla piccolissima percentuale che va in donazione, tenendo conto che c’è anche il costo, onestissimo, della piattaforma. Insomma, se questo è l’impegno sociale delle aziende io dico: no grazie! Ci vuole ben altro per fare responsabilità sociale d’impresa. Anche perché non viene mai detto in nessuna parte del sito qual è la percentuale che l’azienda destina alla causa (alla faccia della trasparenza).

Sesto: sicurezza ed efficacia?

Sesto e ultimo. Si dice che è un modo sicuro ed efficace: sul fatto che i soldi vadano all’ organizzazione non ne ho dubbi. Succede così nel 99,99% dei casi in cui una persona dona e non è questo un grande problema. Che sia sicuro che questi soldi vengano utilizzati bene, tuttavia, come fa l’applicazione a garantirlo (posto che non valutano progetti e organizzazioni)? Ecco quindi il meccanismo che fa indignare di più. Che vuol dire “sicuro”? Vuol dire che le organizzazioni beneficiarie possono accedere previa valutazione della Fondazione per il Dono.

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Donapp: iscrizione dei beneficiari.

Secondo quali criteri e indicatori la Fondazione decreta chi merita i soldi e chi no? Non si capisce.

Inoltre i soldi passano per un Fondo (sempre Fondazione Italiana per il Dono) che poi, dopo 3 mesi, li smista alle organizzazioni. Ma perché non vanno direttamente alle organizzazioni e subito? Siamo nell’era digitale è molto facile farlo. C’è bisogno di un controllo? Che tipo di controllo? Perché invece non favorire un rapporto diretto con l’organizzazione, che deve informare e aggiornare comunque il donatore? Perché la Fondazione Italiana per il Dono diventa partner di un’iniziativa, che non crea donatori ma solo consumatori? E le aziende cosa fanno per le organizzazioni, visto che si tratta di promuovere la loro responsabilità sociale?

In conclusione questo tipo di approccio crea un’enorme sovrastruttura attorno alla donazione, che, invece di renderla gratis, facile e sicura, la complica non poco. La donazione dovrebbe essere una filiera corta e semplice: io dono direttamente all’organizzazione. In questo modo, invece, finanziamo più sovrastruttura che struttura. E questo in economia non è proprio una cosa saggia.

Detto ciò, onestamente non credo che Donapp sia un danno. Ben venga, non è il primo e non sarà l’ultimo sistema di questo tipo. Se pensiamo, però, di rivoluzionare le donazioni così, stiamo freschi! Il che comunque, con questo caldo, non sarebbe male.

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Massimo Coen Cagli

Massimo Coen Cagli

Direttore scientifico della Scuola, consulente e formatore senior, esperto in strategie di fundraising.

Fundraising: vorrei e non vorrei

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