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È il Web 2.0, baby! Ma se poi Google+ chiude?

da | 11 Giu 2019 | Balene che volano | 0 commenti

Sull’onda lunga del Web 2.0, il 28 giugno del 2011 sembrava che nel panorama di Internet stesse entrando un nuovo grande attore che avrebbe rimescolato completamente le carte in gioco. Si chiamava Google+ ed era niente poco di meno che il social network “definitivo” dell’azienda californiana.

L’avvento di questa piattaforma ebbe molto risalto. Dopo vari tentativi spentisi per mancanza di combustibile (vedi Orkut) o andati a vuoto (vedi Google Buzz), finalmente l’azienda nota al mondo per il suo motore di ricerca metteva a disposizione dei suoi tanti utenti un servizio in grado di competere con i giganti Facebook e Twitter. Lo sforzo era grande e, questa volta, tutto sembrava dovesse funzionare. I milioni di caselle di posta elettronica Gmail garantivano un numero enorme di profili attivati praticamente in automatico; l’attenzione dei consulenti era alta, vista la possibilità che l’uso corretto della piattaforma potesse influenzare il posizionamento sul motore di ricerca.

Il risultato fu che tante organizzazioni iniziarono ad usare Google+ pur avendo risorse economiche e umane del tutto limitate. Ma che importava? È il Web 2.0 e bisogna esserci, baby! Presidiare ogni strumento. Comunicare da tutti i lati. Raggiungere anche quei tre o quattro utenti in più grazie all’ennesimo social media.

Così, la piattaforma di Google iniziò ad attrarre molte energie: si sono fatti corsi; si sono consumate presentazioni; si sono presi quaderni di appunti; si sono aperte pagine, condivisi articoli, inaugurate comunità, disegnate cerchie; si sono collegati siti, installati plugin, inseriti widget e programmate API (a proposito, ricorda di rimuovere tutto…); hai modificato la firma della tua email e magari pure i biglietti da visita e le brochure. Solo per fare spazio a uno strumento in più. Più di tutto, però, si sono spese ore preziose di lavoro in cui si sarebbe potuto fare altro e che oggi sono andate perdute inutilmente.

Tutto perso.

Già perché, dopo un annuncio sbrigativo nei mesi precedenti, il 2 aprile 2019 l’azienda ha staccato la spina a Google+.

Ai miei corsi consiglio sempre di non investire energie su uno strumento se lo strato di burro da spalmare è già troppo sottile… ma mi metto nei panni di chi ha dedicato tanto tempo a questo social, scommettendo sulla minore concorrenza, sulla grafica pulita e la pubblicità poco invasiva. Chi ha costruito un pubblico con fatica, tempo e investimenti, tralasciando altre attività, può solo mettersi l’anima in pace oltre che mangiarsi le mani.

Pensandoci bene, però, può fare anche un’altra cosa. Può riflettere.

Può pensare al modo migliore per schivare la possibilità di ripetere l’errore in futuro. Come il mondo, il web non è ma sta essendo. È in costante cambiamento e per noi comuni mortali è difficile stare dietro a ogni cosa. Per i più grandi, invece, è tutta un’altra musica…

Che fare, allora, per evitare che magari da qui a qualche anno il social cui eravamo tanto affezionati e che oggi ci sembra eterno e infallibile, non rovesci le carte all’improvviso sparendo o, semplicemente, cambiando qualcuna delle sue funzioni o una virgola nel suo algoritmo?

Semplice. Concentriamoci sempre su noi stessi. Concentrati sulla tua organizzazione.

Sì perché anche ciò che ti sembra perfetto non lo è affatto e sappi che potresti ottenere molto di più investendo risorse nei tuoi mezzi di comunicazione. Sito, blog e mailing, per prima cosa. Applicazioni se sei più fanatico della tecnologia. Prova a capire come potenziarli, con un occhio alla SEO e l’altro all’usabilità. E sfrutta tutto il resto per amplificare e moltiplicare il tuo messaggio.

Solo così, (potenzialmente) raggiungerai tutti e non soltanto gli iscritti ad un social. Solo così il tuo contenuto sarà sempre raggiungibile semplicemente interrogando i cari vecchi motori ricerca. Solo così manterrai il controllo e non rischierai di veder sparire, dalla mattina alla sera, il tuo pubblico e il tanto lavoro impiegato.

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