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“Io non faccio donazioni perché tanto non so più che fine fanno i miei soldi”

da | 31 Gen 2019 | Balene che volano | 0 commenti

Vi siete mai chiesti qual è la frase peggiore che possiate mai ascoltare dal punto di vista di un professionista del fundraising? Pensateci un attimo.

Io non ho dovuto rifletterci neanche troppo e, senza voler essere banale, vi dico che per me la cosa più triste è sentir dire: “Io non faccio donazioni perché tanto non so più che fine fanno i miei soldi”. Credetemi, ultimamente mi è capitato di imbattermi in persone che reputo molto intelligenti le quali, però, ad un certo punto hanno tirato fuori la fatidica frase. Tra l’altro, si parlava di cause molto vicine alla sensibilità dei miei interlocutori.

Tralasciando la mutazione genetica che porta a vedere con sospetto l’operato di molti attori del nonprofit, complici campagne mediatiche realizzate a fini elettorali e una grande (troppo grande) superficialità nella scelta e nell’uso delle fonti di informazione, provo ad analizzare la frase punto per punto e a farmi delle domande, concentrandomi sugli aspetti che conosco meglio, quelli della comunicazione online.

Se, da un lato, ciascun elemento della frase è criticabile, dall’altro nasconde anche dei malesseri cui sta alle organizzazioni nonprofit rimediare. Se vi capita di ricevere commenti contenenti questa frase o una delle sue varianti, leggete fino in fondo e riflettete.

1 – “Io non faccio donazioni”

Il periodo sottintende che “Io, che sono più intelligente o furbo degli altri, non regalo i miei soldi”. Se decidere di non donare è una scelta legittima (ci mancherebbe altro), non lo è altrettanto l’affermare (anche solo in modo velato) che tutti gli altri, che le donazioni le fanno, non siano altrettanto intelligenti o siano “indifferenti al fatto che i soldi sono utilizzati male”.

Il problema è perciò che una parte dei potenziali donatori, pur sensibile alla causa, decide che è meglio non donare.

Come lo risolviamo dal punto di vista della comunicazione online? Raccontando i donatori. Non come numeri e bilanci (o almeno non soltanto) ma presentando storie di successo e cercando di trasmettere l’impegno che gli altri mettono per contribuire al sostegno di una causa. L’idea che deve diffondersi tramite il blog e i canali social deve essere quella di una comunità che fa del proprio meglio per aiutare i vostri progetti. Questa comunità passa troppo spesso inosservata e merita più attenzione dal punto di vista dello storytelling, il quale quasi sempre si concentra sui progetti e sui beneficiari tralasciando, invece, i donatori.

Insomma, usate i vostri mezzi per aiutare le persone a non sentirsi sole nell’atto del donare e magari, per questa ragione, a rinunciarvi.

2 – “non so più”

Sarà una sfumatura ma questo “più”… Vuol dire forse che non siamo più gli stessi? Che abbiamo smesso di lavorare bene? Sempre al netto della campagna che quotidianamente è fatta per screditare Ong, cooperative e chi più ne ha più ne metta, è probabile che la vostra organizzazione non sia al passo con i tempi dal punto di vista degli strumenti di comunicazione.

Il problema è perciò che una parte dei potenziali donatori, pur sensibile alla causa, percepisce che anche la vostra organizzazione si è “amalgamata alla mediocrità diffusa”.

Allora, non sarà forse arrivato il momento di ripensare il sito web o di imparare ad utilizzare in modo professionale piattaforme che non pensavate potessero aiutarvi? Riuscite a raccontare al meglio le vostre storie dal campo e a far capire che non solo siete sempre gli stessi ma che siete addirittura più competenti e risolutivi di un tempo?

Insomma, usate i vostri mezzi per dare una speranza e fare in modo che le persone guardino al futuro insieme a voi e non vi percepiscano come un tassello di “passato che non c’è più”.

3 – “che fine fanno i miei soldi”

Su questo sono stati scritti libri e articoli a volontà. Le parole chiave sono sempre le stesse: trasparenza, accountability e storytelling. Non dovete sottovalutare l’importanza di pubblicare sul sito i bilanci sociali, la documentazione e l’organigramma. Dovete pure dare il giusto peso alla compliance del sito (informativa sulla privacy + cookie policy + termini di utilizzo). Metteteci la faccia e tenete sempre aggiornate queste informazioni. Fatto ciò, concentratevi sull’aspetto centrale del raccontare i vostri progetti.

Pare assurdo che, nel 2019, dopo che esperti, consulenti, influencers, santoni con il mouse tra le mani e guru di ogni angolo del mondo hanno detto che “content is the king”, ancora ci sia chi non lo abbia capito. Per chi fa fundraising, il contenuto è rappresentato dai progetti per cui si chiede sostegno: dal saper dire quali sono gli obiettivi, dal saper mostrare chi sono i beneficiari, dal saper presentare i risultati della vostra azione e dal saper comunicare chiaramente l’impatto del vostro lavoro. Troppe volte, ancora oggi, mi imbatto in siti che non raccontano ma raccolgono semplici schede progetto (fatte anche male), in cui l’azione dell’organizzazione è descritta in modo stantio e noioso e il lavoro sul campo è decontestualizzato e reso pura modulistica. È una rinuncia palese a far conoscere il proprio lavoro e a far capire a chi ha la pazienza di leggere come si fa la differenza.

Ed è un vero peccato rinunciare all’aspetto centrale della comunicazione, accettando l’idea che il sito web sia un semplice biglietto da visita o che i social network siano un mezzo per parlare di tutto meno che di ciò che fate ogni giorno. Non stupitevi se poi incontrerete chi non sa “che fine fanno i suoi soldi”.

Il problema è che non avete messo l’operato quotidiano della vostra organizzazione al centro della strategia di comunicazione e il donatore non sa realmente cosa fate e quanto impegno ci mettete.

Datemi retta, mettetevi in discussione, fate qualche piccola innovazione e iniziate a raccontare il vostro lavoro con il cuore.

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