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Quanto vale un piatto di minestra, a Lodi? (Il vero significato del fundraising)

da | 15 Ott 2018 | Fundraising: vorrei e non vorrei | 0 commenti

Quanto vale un piatto di minestra, a Lodi? Tanto, tantissimo. Molto più di quanto vale il provvedimento scellerato preso dall’amministrazione comunale della città lombarda contro le famiglie immigrate e il diritto di far mangiare i loro figli alla mensa scolastica.

La sindaca Sara Casanova, appena eletta con la Lega Nord, ha firmato una delibera che modifica le regole per beneficiare delle tariffe agevolate per la mensa scolastica e il servizio scuolabus. Per l’anno scolastico 2018-2019 la delibera prevede che i genitori nati fuori dall’Unione Europea debbano presentare una documentazione che attesti la loro nullatenenza nel paese di origine (i bambini coinvolti sono quasi tutti nati in Italia!).

Diversi genitori si sono quindi attivati per ottenere certificati in grado di attestare la loro situazione economica nei rispettivi paesi di origine, ma molti hanno scoperto che questo tipo di documenti è molto difficile o addirittura impossibile da ottenere.

Come tutti sanno, si è scatenata una cosiddetta “gara di solidarietà” che ha permesso di raccogliere oltre 60.000 euro in pochi giorni grazie a 2.000 donatori. La somma raccolta è più che sufficiente a pagare, fino a tutto il mese di dicembre 2018, le rette del servizio di mensa scolastica per i bambini che si sono visti privati della refezione. Entro tale data il TAR si dovrà pronunciare sul ricorso presentato contro il provvedimento della sindaca.

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Raccolta fondi per il caso Lodi.

Un gesto caritatevole? Forse nella motivazione individuale di qualcuno può essere. Un gesto di solidarietà? Sicuramente sì. Ma il senso sociale delle donazioni – almeno in questo caso – va ben oltre gli aspetti meramente etici e personali e mette in mostra uno straordinario potere del fundraising, che lo distingue da qualunque altro strumento economico esistente.

Ciò permette di riflettere proprio sul senso sociale del fundraising, liberandolo da quella gabbia dorata e un po’ caramellosa, nella quale la cronaca e la cultura comune spesso lo rinchiudono: carità, filantropia, pietismo, emozione nel fare qualcosa per gli altri, ecc.

Il fundraising come strumento di reale potere democratico

Il fundraising è uno strumento che permette di conquistare reale potere economico democratico di fare le cose. Democratico, perché è basato sul libero consenso delle persone ad una causa sociale ed è per lo più vincolato al raggiungimento di scopi e impatti precisi.

“Io do dei soldi liberamente perché voglio che domani i bambini delle famiglie immigrate possano mangiare e perché credo nel diritto dei bambini ad avere uguale trattamento nei servizi pubblici alla collettività”.

Lo si può fare con le tasse questo? No. I soldi delle tasse sono indirizzati ad una buona causa (i servizi del paese) ma non sono vincolati alla realizzazione di impatti che io mi attendo e, soprattutto, non sono liberamente dati.

Lo si può fare con il libero mercato? No di certo. Non potremmo fare una mensa privata per i bambini immigrati facendoci pagare a prezzo di mercato i piatti di minestra.

Il fundraising come atto politico

Essendo basata sulla libera e volontaria scelta delle persone, la donazione è espressione di un concreto consenso nei confronti di un progetto, un’azione o un’intera missione. Un consenso molto più forte della firma di una petizione, un like su un post, una canzone come “We are the world, we are the children”. È quindi, almeno in parte, un atto politico (nel senso della polis, ossia ciò che appartiene alla dimensione della vita comune, allo Stato (πόλις) e al Cittadino (πολίτης).

“Io dono perché ritengo che tutti i bambini debbano avere lo stesso diritto di accedere ai servizi pubblici alla collettività e penso che il nostro paese debba rispettare in ogni caso questi diritti”.

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Uno dei tanti donatori, come tanti altri, interviene direttamente con un’azione politica.

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Dalla donazione all’azione.

Il fundraising come motore per il cambiamento

Il potere economico, unito all’intenzionalità politica e sociale della donazione, produce (spesso) processi di cambiamento irreversibile perché rende possibile nella realtà, quindi visibile a tutti, uno stato di cose diverso da quello stabilito dall’autorità pubblica o dal mercato.

“Grazie all’impatto sociale delle mie donazioni, sono in grado, insieme agli altri donatori, di esprimere un potere maggiore sia sul piano del ricorso alla giustizia sia sul piano dei comportamenti sociali e civici che, di fatto, cambiano le cose. La mia azione sociale ha più valore, perché ci ho messo i soldi (potere economico) e non solo l’opinione”.

Circa l’esito di questa terza componente delle donazioni (ossia produrre cambiamento) aspettiamo il giudizio del TAR sul provvedimento della sindaca.

Conclusione: fundraising e sussidiarietà

Sono molti, sotto questi aspetti, i casi di fundraising come forma dell’azione sociale e collettiva e non come mera carità o filantropia. In origine (siamo intorno al 1300), noi italiani ci abbiamo costruito le prime forme di welfare sanitario e sociale nella dimensione comunitaria; tra l’Ottocento e il Novecento, ci abbiamo costruito il sindacato e la tutela dei diritti dei lavoratori (ma anche le scuole, le biblioteche, i teatri – oggi teatri comunali – e gran parte delle istituzioni culturali). Qualche anno fa, abbiamo tolto alla privatizzazione selvaggia l’isola di Poveglia della laguna veneziana, altrimenti destinata ad una vendita all’asta per farci l’ennesimo grande hotel. Solo per citare alcuni esempi.

Concludendo, il fundraising e la donazione non sono carità. Non sono neanche un sostituto dell’azione sociale (io dono perché non posso agire) e neanche una riparazione alla mancanza di fondi pubblici. Si tratta, invece, di una forma dell’azione sociale e quindi di un elemento essenziale della partecipazione civica. In altri termini, il fundraising è lo strumento economico primario del principio di sussidiarietà della nostra Costituzione.

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