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E poi lo Stato vorrebbe dire a noi come dobbiamo fare fundraising?

da | 28 Ago 2018 | Fundraising: vorrei e non vorrei | 0 commenti

Lo stato italiano non solo non incentiva e promuove il fundraising in modo adeguato ma, se lo fa, lo fa malissimo. Infatti, non sa cosa sia il fundraising, fatto salvo richiamarlo quando ha bisogno – legittimamente – di soldi.

Per contro, gli italiani mostrano un livello di generosità e una propensione alla solidarietà enorme anche in tempi di crisi e in presenza di un clima sociale e culturale – spessissimo ingenerato da chi ha responsabilità di governo dello Stato – tutt’altro che favorevole per la generosità.

Nel fare queste affermazioni, prendo spunto dal servizio giornalistico fatto da Repubblica il 26 agosto in occasione del secondo anniversario del terremoto del Centro Italia.

In sintesi la storia in chiave fundraising è questa:

  • Circa 35 milioni raccolti nei mesi successivi al terremoto tramite l’SMS solidale con un messaggio che pone al centro l’urgenza di ricostruire case per i senzatetto.
  • Dopo mesi dalla chiusura della raccolta fondi (2017 avanzato), viene detto che i soldi verranno utilizzato per la ricostruzione di edifici pubblici con un particolare riferimento alle scuole.
  • Dopo altri mesi, vengono individuati con le Regioni e finanziati 17 progetti che però non prevedono solo le scuole ma anche un area di attività produttive (Visso), una strada statale (Comunanza, con ben 5 milioni), le terme (Acquasanta), la sede del comune (Arquata del Tronto), elisuperfici (in sette comuni marchigiani), beni culturali (Norica, Preci e Cascia), centri comunali (vari comuni umbri), un monastero con scuola paritaria (fuori dal cosiddetto cratere).
  • Ad oggi (2 anni esatti dal terremoto), solo un progetto è stato realizzato e lo si è fatto grazie all’anticipo operato dal Comune di Pieve Torina. Il resto è in fase progettuale, istruttoria e via dicendo.

Premettiamo subito che non si tratta di ruberie, scandali e altre amenità spesso sventolate dalle opposizioni e da certa informazione come “scandalo”, “è tutto un magna-magna”, ecc. Nessun euro raccolto è stato distolto, utilizzato per cose non riguardanti il terremoto o addirittura intascato. Tutti i soldi sono su un conto infruttifero vincolato alla realizzazione di opere decise – con difficoltà – insieme alle regioni.

Il problema (non meno grave) è invece sul modo di fare fundraising della Pubblica Amministrazione, alla quale imputiamo le seguenti mancanze ed errori:

  • Nessun ringraziamento personalizzato ai donatori. Insomma, se un amico ti regala dei soldi tu lo ringrazi, no? SI tratta semplicemente di rispettare regole sociali e civili che tutti condividiamo. Peraltro, lo Stato già non ti ringrazia quando paghi le tasse…
  • Scarsa determinazione degli obiettivi della raccolta. Come sempre, sembra che la raccolta sia mossa da questo schema motivazionale “visto che c’è un disastro, diamo i soldi, poi vediamo…”; come se i soldi fossero solo il modo per esprimere solidarietà, quasi come un like su Facebook. Ciò vuol dire sminuire di molto il senso della donazione quale impegno civico.
  • Mancanza di informazione adeguata ai donatori sull’utilizzo dei soldi. Le difficoltà amministrative e burocratiche ci possono stare in questo caso. Quello che non ci può stare è il fatto di non informare tempestivamente e adeguatamente chi quei soldi te li ha dati riponendo fiducia in te.
  • Mancata rendicontazione sul valore prodotto con i soldi dei donatori (quello che oggi chiamiamo valutazione dell’impatto sociale e che giustamente diverrà un metro di valutazione del Terzo Settore).
  • Ostacolare o almeno non favorire il legame tra donatori e beneficiari (in tal caso, con tutto il rispetto, parliamo delle comunità locali e non certo delle amministrazioni regionali).

Qual è il problema generato da questo modo di gestire le raccolte fondi?

Il problema è che questo comportamento incide in modo molto forte sulla credibilità delle raccolte fondi in Italia ripercuotendosi sulle campagne, in genere fatte molto bene, di tante organizzazioni del Terzo Settore e sulla credibilità dei fundraiser stessi, che vengono immaginati più che come dei professionisti, come una sorta di abbindolatori del popolo.

Se un’organizzazione del Terzo Settore avesse condotto una campagna con queste modalità sarebbe stata subito messa sotto accusa e tacciata di imbroglio e malversazione. Giustamente.

Infatti, la Riforma del Terzo Settore prevede un forte legame tra le raccolte fondi, l’azione delle organizzazioni e la sua rendicontazione sociale, trasparenza, ecc. (insomma quella che oggi viene chiamata accountability) e prevede, quindi, che vi siano controlli e conseguentemente “patentini” di affidabilità o meno.

Se noteremo un calo delle donazioni in questi e altri casi, per favore, non imputiamo ciò all’ingenerosità degli italiani ma all’incapacità di fare bene fundraising.

A quando una riforma del primo settore che preveda – giustamente – che le amministrazioni facciano raccolta fondi, ma con criteri di controllo e standard professionali certi? Perché non pensare e organizzare un sistema di raccolta fondi per le emergenze a “filiera corta e diretta”? In gran parte è quello che hanno fatto i comuni dell’Emilia dopo il terremoto del 2012, anche forti di una tradizionale cultura di impegno civico delle comunità locali.

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