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È urgente andare oltre la riforma del terzo settore

da | 28 Giu 2017 | Fundraising: vorrei e non vorrei | 0 commenti

Sembrerebbe proprio che la Riforma del Terzo Settore volga al suo compimento almeno nelle parti essenziali. Un rush finale che rischia – nel contesto italiano – di arronzare su molti punti e di dover produrre equilibrismi deboli, per venire incontro agli interessi di singole categorie di organizzazioni che, legittimamente ma non sempre strategicamente, cercano di difendere le loro prerogative.

Il quadro della situazione attuale è stato reso in modo magistrale da Carlo Mazzini che, nel suo blog “Quinonprofit”, ne monitora costantemente l’evolversi, tenendo presente anche il punto di vista del fundraising (finalmente in modo riconosciuto dagli interlocutori istituzionali).

Pur essendo necessario, quello di concentrarsi in questa fase solo sui dettagli della Riforma e senza tenere la barra del timone dritta verso l’obiettivo di dare al paese più fundraising e di migliore qualità, potrebbe essere un grave errore.

Purtroppo la Riforma tocca solo tangenzialmente il tema del fundraising, in tutte le varie sfaccettature, dal punto di vista di chi chiede e di chi dona. Abbiamo fatto di tutto per far capire alle istituzioni che la Riforma era una grande occasione per dare un assetto moderno al fundraising italiano, ma è stato quasi del tutto inutile.

Bisogna, quindi, che apriamo nuovi spazi per porre al centro dell’agenda del paese questioni quali:

  • investimenti sulla formazione del personale che raccoglie fondi nel non profit e nelle istituzioni;
  • una politica di crescita della cultura della donazione;
  • il controllo di qualità nel fundraising;
  • l’eliminazione di barriere burocratiche, amministrative e organizzative che ostacolano il fundraising;
  • il riconoscimento della professione del fundraiser;
  • la definizione di un servizio pubblico di informazione e comunicazione sociale con regole chiare ed eque per tutti;
  • molto altro ancora.

Come fare?

Credo che sia una delle sfide più grandi per il mondo dei fundraiser, inteso come categoria di professionisti che ha nella sua mission anche e soprattutto la crescita qualitativa e quantitativa del fundraising nel paese. La strada è quella di coinvolgere gli stakeholder principali attorno ad un programma di sviluppo del fundraising semplice, lineare ma determinato.

Quando parlo di stakeholder intendo parlare non solo e non tanto di quelli istituzionali (ministeri, Camera dei Deputati e Senato, Presidenza del Consiglio e Presidenza della Repubblica), ma soprattutto di quei soggetti che in un modo o nell’altro hanno responsabilità nel fundraising: le organizzazioni di rappresentanza del terzo settore (uno degli anelli più deboli della catena) e quelle di istituzioni culturali e sociali, che oggi dicono di voler fare fundraising; il mondo della comunicazione e dell’informazione; il mondo delle aziende, quello delle fondazioni e quello delle banche, intese come istituti di credito e motore di investimenti; il mondo della formazione.

Era questo lo scopo del Manifesto per un nuovo fundraising che la Scuola di Roma Fund-Raising.it ha “regalato” agli stakeholder per cominciare a costruire insieme una politica sul fundraising.

A ben vedere, nei paesi in cui oggi c’è un fundraising rilevante e moderno la cosa è stata il frutto non solo e non tanto di una cultura della donazione più diffusa, ma del fatto che il fundraising fosse oggetto di una politica pubblica sulla quale ogni soggetto si era assunto una responsabilità.

È il caso degli USA con il programma Social Innovation Fund. È il caso del Regno Unito dove, per favorire lo sviluppo del fundraising degli archivi nazionali storici, lo stato investe ogni anno circa cinquecentomila sterline per la formazione e l’accompagnamento del personale chiamato a fare fundraising, oppure, risalendo indietro nel tempo, troviamo il National Council of Voluntary Organizations dei paesi del Regno Unito, che hanno dato vita ad un programma nazionale strategico di sviluppo della formazione per il fundraising o ancora, sempre nel Regno Unito, della creazione già nei lontani anni Novanta della Commission on the future of the Voluntary sector in 21st century (potete trovare i riferimenti in questa ricerca condotta da me nel 1998). È il caso, infine, della Fondation de France: una grande rete di soggetti privati e pubblici per lo sviluppo di conoscenze e capacità atte a rendere la filantropia efficace per la risoluzione dei problemi sociali, “facendo sistema”.

Credo quindi che si debbano aprire “tavoli” con gli stakeholder, in cui pattuire come agire insieme per lo sviluppo del fundraising, per il bene del Paese e di tutti, ancora prima che per il bene della nostra categoria.

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