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Occorre salvare la biodiversità del non profit italiano

da | 13 Apr 2022 | Io penso positivo | 0 commenti

In Italia le Istituzioni non profit attive sono più di 350.000, con quasi 1 milione di impiegati e circa 4 milioni di volontari (dati ISTAT al 31 Dicembre 2019): tutti numeri in costante crescita. Le organizzazioni sono portatrici di un enorme numero di progetti. Si tratta di attività importanti per la comunità in ambiti che vanno, per esempio, dall’assistenza alle persone con disabilità alla tutela dell’ambiente, dai servizi sanitari e socio-assistenziali all’animazione culturale. Spesso ciò avviene attraverso la gestione di servizi essenziali di welfare, soprattutto nella dimensione locale, che rischiano di rimanere nel cassetto a causa degli effetti delle crisi che stiamo vivendo in questi anni.

Certo, molti osservatori hanno affermato che gli enti non profit sono troppi (con l’accezione negativa che porte con sé la parola ‘troppo’). È evidente però che se per un giorno tutti gli interventi del non profit in Italia venissero meno, in un battibaleno il tessuto socio-culturale del nostro Paese sparirebbe ed emergerebbe un degrado generalizzato.

Questa straordinaria realtà costituisce una parte fondamentale del tessuto connettivo della nostra comunità e si distingue per la sua immensa ‘biodiversità sociale’, paragonabile alla biodiversità della foresta amazzonica e, come quest’ultima, ad elevato rischio di estinzione.

Dal 2020, tutto sembra remare contro…

L’indagine Non Profit Philanthropy Social Good Covid-19 Report 2020, condotta da Assifero e Italia Non Profit a giugno 2020 su una platea di 1.378 organizzazioni, dimostra che la pandemia ha prodotto una profonda crisi di donazioni ed erogazioni a causa del prevalere dell’incertezza del futuro prossimo e per la polarizzazione dell’attenzione e del sostegno a progetti legati alla pandemia stessa. In sintesi

  • per il 57% delle organizzazioni la raccolta fondi è molto peggiorata;
  • le attività formative, di assistenza sociale, del tempo libero e culturali delle organizzazioni si sono fermate per un lungo periodo;
  • Il 77% delle organizzazioni ha un fatturato fra 1 e 300.000€ e non è in grado di effettuare investimenti per rispondere alla crisi;
  • Il 20% delle organizzazioni ritiene indispensabile investire nel fundraising (ma evidentemente non sono in grado di farlo).

Inoltre, secondo il rapporto Noi doniamo 2021 dell’Istituto Italiano della Donazione:

  • I donatori calano al 21% della popolazione, contro il 26% del 2019 e 28% del 2018. Se complessivamente circa un italiano su tre ha donato per l’emergenza, esiste un 6% di popolazione che lo ha fatto, ma contemporaneamente non ha effettuato alcuna donazione per un’organizzazione non profit.
  • Il 43% di organizzazioni prevede di chiudere il 2021 con una diminuzione delle entrate da raccolta fondi.
  • L’81,8% delle organizzazioni hanno dichiarato di aver raccolto meno fondi.
  • La raccolta da aziende è diminuita per il 36,4% delle organizzazioni e quella da privati cittadini è diminuita per il 45,5% delle organizzazioni; il finanziamento dalle fondazioni erogative è aumentato per il 26,1% delle organizzazioni e diminuita solo per il 14,8%.

Questi dati portano l’Istituto Italiano della Donazione ad affermare che: “La società italiana ha cercato di resistere ad una crisi senza precedenti: l’emergenza sanitaria ha assorbito la generosità degli italiani, distogliendo in parte risorse che tradizionalmente venivano destinate al non profit. Il non profit stesso ha reagito ed è stato a fianco delle sue comunità per sostenerle sia sul fronte sanitario sia su quello sociale […]. Questo ha purtroppo indebolito il terzo settore che è stato fagocitato dai grandi attori protagonisti della raccolta fondi, primo tra tutti la protezione civile favorendo la crescita della quota di donatori “emergenziali”.

E questo ancora non basta…

La guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina ha già prodotto effetti sull’economia del Paese che, in futuro, non potranno che acuirsi. In più, l’attenzione dell’opinione pubblica si è inevitabilmente concentrata su questa crisi, spostando il focus delle donazioni lontano dai progetti territoriali del non profit che comunque, oltre ad occuparsi degli effetti sociali e culturali di questa crisi nel nostro Paese, giustamente contribuiscono alla raccolta di aiuti umanitari e spesso sono impegnate direttamente nei soccorsi ai profughi.

Tutto ciò in un contesto in cui, come comunica il rapporto della Caritas Italiana pubblicato a ottobre 2021, in Italia ci sono ben 5,6 milioni di poveri assoluti.

La situazione è paradossale quanto pericolosa:

  • le crisi producono effetti negativi per la vita sociale e culturale del Paese aumentando così la necessità di avere un non profit capillare in grado di rispondere alle nuove esigenze;
  • ma tali crisi, almeno nel breve termine, producono un decremento delle donazioni soprattutto dalle aziende ma anche dagli individui (come effetto della crisi economica) e al contempo il loro spostamento verso le due grandi cause: lotta alla pandemia e guerra in Ucraina;
  • la raccolta fondi tende ad essere emergenziale e viene orientata su grandi raccolte per grandi organizzazioni come la Protezione civile, UNHCR-CRI-UNICEF e altre grandi sigle (anche per la forte presenza sui media) o tende ad aggirare le organizzazioni (donazioni disintermediate) svilendo l’identità specifica della donazione come strumento per il cambiamento sociale e assomigliando sempre più alla semplice beneficenza o carità.

C’è molto lavoro per gli enti non profit, ma molta meno disponibilità economica in generale. Ciò non può che mettere a rischio proprio quella biodiversità del non profit che serve tanto al Paese.

Cambiare per superare la crisi…

Einstein affermava che “Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la grande benedizione per le persone e le nazioni: la crisi porta progressi […]. Invece lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa che è la tragedia di non voler lottare per superarla”.

Monito quanto mai opportuno in questo momento.

Da un lato occorre che il Paese e chi lo amministra abbiano una strategia più chiara di come sostenere il non profit in modo intelligente, che vada al di là dei pochi ristori concessi al settore e preveda investimenti per favorire la sostenibilità nel tempo e la diffusione di una cultura moderna e meno emozionale e caritatevole della donazione.

Anche le organizzazioni non profit devono fare la loro parte investendo – nei limiti del possibile – sul fundraising. E va dato atto che l’unico soggetto che in questa fase ha capito l’importanza di tale investimento sono le fondazioni che hanno iniziato a investire risorse non solo per la realizzazione di progetti ma anche per il potenziamento delle organizzazioni.

È fondamentale capire, nell’epoca dell’erosione dei redditi fra prezzi, inflazione e difficoltà delle aziende, come si debba cambiare il modo di proporsi ai donatori effettivi e potenziali.

Proviamo a mettere in fila alcune indicazioni di natura strategica.

1. Un rapporto più aperto e coinvolgente con la comunità

Occorre abbattere la distanza tra la compagine di persone che la costituisce e l’ambiente esterno, superando le remore e le paure di natura culturale, etica e organizzativa che spesso frenano le organizzazioni nel coinvolgere e far accedere la comunità nelle quali operano e dove vivono i potenziali donatori.

Occorre passare dallo schema “noi (bravi e impegnati) e voi (cittadini comuni che ci dovete sostenere)” allo schema “io e te, insieme per cambiare il mondo”. Occorre aprire un rapporto di dialogo pronti ad integrare le esigenze e le aspettative della nostra comunità all’interno dei nostri progetti. Non saranno tutti disponibili ad accettare quest’invito, ma lo saranno sicuramente tutti coloro che vogliono essere sostenitori di progetti e non semplici benefattori occasionali e tanto meno le persone che non intendono agire ed esprimere solidarietà (quelli non li conquisteremo mai senza una rivoluzione culturale).

Insomma occorre passare da fare solamente proposte di donazione a fare anche e soprattutto proposte di impegno civile e attivismo sociale che hanno tra i loro strumenti anche, ma non esclusivamente, la donazione.

2. Un’alleanza strategica con la filantropia istituzionale

Occorre scoprire e riscoprire fondazioni ed enti filantropici quali compagni del cammino verso una società più equa e vivibile, co-programmando e co-progettando con loro interventi strategici per tutto il sistema sociale e culturale e non solo proponendosi per il finanziamento di singoli interventi.

Questo, almeno in parte, vale anche per alcune aziende che hanno sviluppato negli ultimi anni una filosofia di responsabilità sociale meno retorica e più sostanziale.

3. Un fundraising più diretto e di comunità

Ci sono alcune forme e approcci di fundraising che, in tale contesto di crisi, possono avere maggiore efficacia soprattutto per organizzazioni più piccole, meno famose ma radicate nel tessuto sociale:

  • Riscoprire i mezzi di raccolta fondi più semplici e a basso costo come microdonazioni, resto solidale, lotterie, sms solidali e 5 per 1000 e rivalutando la strategia dei “tanti piccoli donatori fedeli” in grado di coinvolgere un gran numero di persone.
  • Organizzare eventi di raccolta fondi che valorizzino il contatto diretto, la creazione di una relazione vera e rimettano in moto l’emozione e il piacere di impegnarsi socialmente.
  • Promuovere la vendita di prodotti in cambio di donazioni, soprattutto a Natale o in altre occasioni sociali e religiose. Ciò permette di coinvolgere produttori locali nelle vendite solidali. Questa modalità di raccolta sta registrando riscontri positivi e infatti aumentano le organizzazioni che la adottano (a patto di puntare sull’attivazione dei propri soci e investendo in attività di volontariato).
  • Personal fundraising. Se è vero come è vero che una parte di nostri sostenitori vuole attivarsi, allora possiamo proporre loro di impegnarsi per la raccolta fondi. Oggi abbiamo modalità semplici per farlo: dalle campagne personali su Facebook a vere e proprie campagne di personal fundraising all’interno di campagne di crowdfunding (si veda la piattaforma Rete del Dono che valorizza al massimo questa funzione) fino al buon vecchio passaparola. Insomma il personal fundraising è una forma dell’azione sociale e di volontariato.
  • Aumentare il ricorso alle donazioni digitali, dotandosi di strumenti e competenze adeguate posto che ormai tutti abbiamo socializzato con le transazioni on line anche e soprattutto per piccole cifre. Anche da questo punto di vista esistono servizi tecnici che facilitano l’inserimento sui nostri strumenti di comunicazione (come il sito web) di tutte le funzioni di fundraising digitale.

4. Investire in formazione al fundraising

Occorre superare il mero spontaneismo nella raccolta fondi destinando risorse umane a tale funzione e conferendole la stessa importanza che destiniamo alla progettazione sociale e culturale e alla gestione di servizi e attività. È fondamentale che le figure individuate per occuparsi della raccolta fondi abbiano le competenze giuste per farla. Non occorrono titoli universitari o aver frequentato un master. Anzi, in prima istanza è meglio rivolgersi ad un’offerta formativa che unisca alla conoscenza la capacità di applicarla in un contesto concreto. La Scuola di Fundraising di Roma offre proprio questo tipo di formazione.

Tutti approcci che hanno una pre-condizione: quella di privilegiare il contatto diretto con il possibile donatore e con gli interlocutori al fine di creare una relazione con l’organizzazione. In tal modo essa non è semplice catalizzatore di risorse ma agente produttore di welfare, dietro alla quale ci sono uomini e comunità da sostenere, beni culturali e beni comuni da far godere ad altri uomini e Madre Terra da proteggere.

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