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L’Art Bonus funziona? A quali condizioni?

da | 7 Nov 2019 | Fundraising: vorrei e non vorrei | 0 commenti

Èdi questi giorni il rilancio della campagna sull’Art Bonus anche attraverso spot in TV che invitano gli italiani ad essere tutti quanti mecenati.

Contemporaneamente, vengono resi pubblici i dati aggiornati sui risultati ottenuti da questo strumento che vale la pena ricordare in sintesi.

Dal 2014 (anno di istituzione):

  • Più di 390 milioni raccolti;
  • Più di 3.000 progetti di intervento di 1.700 istituzioni totalmente o parzialmente finanziati;
  • quasi 13.000 donatori, di cui il 60% è rappresentato da individui e il resto da aziende e fondazioni.

Le fondazioni rappresentano largamente i maggiori contribuenti in termini di entità donate.

A questi dati va aggiunto però che:

  • L’81% delle erogazioni riguarda istituzioni del Nord, 17% del Centro e appena il 2% di Sud e Isole.
  • Solo un decimo delle istituzioni che avrebbero titolarità a presentare progetti da finanziare con l’Art bonus lo fa e poco più di un ventesimo, tra quelle che hanno presentato progetti, ottiene risultati economici soddisfacenti (raggiungendo l’obiettivo proposto almeno oltre il 50%).

Va detto sicuramente che lo strumento dell’Art Bonus sta incentivando sia la pratica del fundraising sia il comportamento donativo a favore della cultura. Il suo bilancio è senza dubbio positivo e i risultati raggiunti spingono a continuare ad investire nella sua diffusione e applicazione. Credo vada fatto un plauso ad Ales – Arte Lavoro e Servizi S.p.A. per come sta gestendo questo strumento che sta dando enorme impulso al fundraising culturale.

Ma, se si vuole far crescere il sostegno privato in cultura, occorre anche aggiungere una lettura critica atta a comprendere dove e come bisogna agire per far crescere l’Art Bonus.

Soprattutto fondazioni

Il primo dato con il quale confrontarsi è lo squilibrio nei soggetti donatori. La stragrande maggioranza dei fondi viene dalle fondazioni di origine bancaria che, per molti versi, già finanziavano la cultura in Italia (è da sempre il primo settore di attività delle fondazioni con il 30% dell’erogato totale a favore della cultura) e che oggi giustamente, per motivi fiscali, lo fanno utilizzando l’Art Bonus.

Sospettiamo che vi sia una crescita dell’apporto delle aziende, anche se non altissimo (si tenga conto che sempre per motivi contributivi molte aziende preferiscono le sponsorizzazioni). Va detto poi che soprattutto le piccole e medie imprese hanno una scarsa conoscenza dello strumento dell’Art Bonus.

Per quanto sia molto significativo che la maggior parte dei donatori siano individui, l’idea che l’Italia abbia solo circa 8.000 persone donatrici (tante sono le persone giuridiche che hanno fatto donazioni Art Bonus) è di per sé sconfortante. Ma grazie al cielo i donatori in cultura sono molto di più (si pensi solo ai sostenitori del FAI, per esempio) pur non usando l’Art Bonus. Anche in questo caso va tenuto conto che tale strumento è ancora largamente sconosciuto ai più nonostante gli spot televisivi e la sua maggiore “esposizione mediatica”.

Non al Sud

Il secondo dato con il quale confrontarsi è lo squilibrio geografico. Questo è dovuto senza dubbio al maggior peso dei finanzamenti delle fondazioni di origine bancaria, realtà assai più presente al Centro Nord, visto che nel Sud del Paese ne operano solo pochissime con, oltretutto, una capacità erogativa minima.

C’è anche da dire, inoltre, che solo il 10% delle richieste di fondi è venuta da istituzioni del Sud. E il Sud è pieno di istituzioni culturali anche di grande importanza come Pompei, Paestum, musei tra i più importanti come quelli gli archeologici di Napoli, Taranto o Capodimonte o teatri come il Politeama o il San Carlo. Quindi. vi è un problema generale al Sud che va affrontato con urgenza (tra l’altro nello spot promozionale le immagini usate vengono da Pompei che, ad oggi, non ha raccolto neanche un euro con l’Art Bonus!).

Insufficiente tasso di successo

Il terzo dato con il quale confrontarsi è lo scarso utilizzo dello strumento da parte delle istituzioni (stima di 1 su 10) e il basso tasso di successo delle campagne lanciate (stima 1 su 20). Si può pensare che questo sia connesso a due dinamiche: una, più politica, legata ad una visione statalista, la quale afferma che la cultura debba essere sostenuta dal pubblico piuttosto che dal privato; l’altra, più gestionale, fondata sulla mancanza di personale e di competenze per gestire un’attività che, comunque, richiede tempo e professionalità, ma fondata anche sulla scarsa cultura dell’investimento, il che porta a “caricare” progetti sulla piattaforma dell’Art Bonus e aspettare che qualche donatore, di sua spontanea volontà, si faccia vivo per donare.

Conclusioni

Vi è quindi ancora tanto da fare sul piano di informazione, sensibilizzazione e formazione al fundraising.

In sintesi, tutto questo vuol dire che l’Art Bonus trova un freno sia nello scarso orientamento di aziende e individui a fare donazioni per la cultura, sia nella scarsa presenza di operatori filantropici in determinate aree del Sud, sia nella scarsa propensione delle istituzioni a fare fundraising in modo sistematico e professionale.

In una parola: c’è ancora troppo poco fundraising nell’Art Bonus perché si pensa, erroneamente, che:

  • Il vantaggio fiscale sia una motivazione a donare (non lo è mai… Eventualmente facilita la donazione, ma non è mai una buona ragione per farla).
  • Tutti vogliamo diventare mecenati. La parola chiave dell’Art Bonus è “Mecenatismo”, mentre nell’immaginario collettivo degli individui e delle aziende l’idealtipo del mecenate (legato all a “ricchezza economica”) non è del tutto positivo e non sollecita tutta una serie di motivazioni che, invece, potrebbero spingere a donare anche coloro i quali non fanno i conti con la loro ricchezza (anche perché spesso non sono ricchi). Vi è un appiattimento del fundraising sulla vecchia filantropia e il vecchio mecenatismo.
  • Non sia necessario promuovere bene la donazione, ossia non si lavora sui progetti da finanziare, sul ruolo dei donatori, sulla comunicazione e le relazioni in funzione della donazione e del donatore.

Vuoi migliorare?

Ecco perché la Scuola di Fundraising di Roma, forte di una lunga esperienza in formazione e accompagnamento realizzata insieme al Centro per il Libro e la Lettura, ad Ales e ad alcuni enti locali, realizza un’officina dedicata all’Art Bonus. Non tanto e non solo un corso per spiegare come funziona tecnicamente l’Art Bonus ma, soprattutto, per sapere come questo vada usato in chiave di fundraising.

Se sei un’organizzazione culturale pubblica o che ha titolarità ad usare lo strumento dell’Art Bonus, quest’officina fa al tuo caso e non va persa per nessun motivo.

Se vuoi maggiori informazioni, puoi richiedere informazioni o contattare Barbara Bagli, la nostra responsabile della formazione b.bagli@scuolafundraising.it.

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