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Verso l’Assemblea dei Soci: 10 sfide per rilanciare ASSIF

da | 17 Mag 2017 | Fundraising: vorrei e non vorrei | 0 commenti

Una premessa, intanto.

In questi giorni abbiamo assistito ad un vivace dibattito tra fundraiser a partire sia dalle vicende del 5 per mille e della sua imminente riforma sia dall’attacco al ruolo delle ONG nelle azioni di soccorso verso i profughi. Il vero oggetto del dibattito, però, è stato il ruolo svolto o che dovrebbero svolgere un’associazione di professionisti e, più in generale, le organizzazioni di secondo livello del terzo settore, notando come molto ci sia da fare per avere una maggiore capacità di impatto sulle tante questioni che caratterizzano il nostro lavoro e capacità di relazione con gli interlocutori chiave.

Tutto ciò non può che portare a riflettere sulla stagione che l’ASSIF si trova di fronte, segnata dal rinnovo delle cariche ma anche e soprattutto sulla definizione di un piano strategico sul quale lavorare. Insomma, un’occasione per ripensare l’ASSIF, certamente in continuità con quanto fatto fino ad oggi – seppure nella ristrettezza di risorse organizzative, di tempo ed economiche – ma guardando senza remore e limitazioni a quello che dovrà fare in futuro per giocare un ruolo decisivo per il futuro del fundraising.

Questo non è il mio programma elettorale. È il programma necessario dell’ASSIF.

Sto pensando se rispondere positivamente alle richieste pervenutemi da più parti di candidarmi. Ma le cose che voglio condividere con gli altri fundraiser non sono i contenuti di un mio programma elettorale. Anzi, ritengo che questo debba essere – necessariamente – il programma di qualunque candidato che venga eletto nel Consiglio. Non penso che vi possano essere alternative credibili. Questa mia lettera vuole essere anche uno sprone per chi pensa di candidarsi ma sta ancora sulla soglia, preoccupato probabilmente di restare da solo o di non sapere con chi si troverà ad assumersi le responsabilità. Non perdiamo tempo: chi si vuole prendere una responsabilità e pensa di esserne capace, si faccia avanti.

Questo non è un documento di critica alla gestione dell’ASSIF.

Ognuno ha chiaramente le sue opinioni e io le critiche (poche, ma sentite) le ho sempre fatte direttamente al Presidente e al Consiglio. Questo documento non intende lanciare accuse a nessuno. Soprattutto perché è inutile in questo momento. Anche perché credo che dobbiamo essere grati al Consiglio uscente di aver tenuto le posizioni in modo dignitoso e con grandi difficoltà organizzative e sicuramente non sostenuto in modo adeguato dal mondo dei fundraiser. Certamente non possiamo addossare la colpa delle nostre debolezze ai fundraiser che non partecipano. Ma non possiamo neanche dire che i fundraiser esprimano una grande soggettività nel fare sistema. Come peraltro lo stesso mondo non profit. È un male italiano. Il Consiglio ha fatto anche cose buone che vanno riprese in continuità e rafforzate.

Tuttavia mi permetto di consigliare che durante l’Assemblea non ci si soffermi troppo (il giusto diciamo!) su quanto fatto nell’ultimo anno, perché comunque ne emergerebbe un quadro di inadeguatezza rispetto alle sfide che abbiamo davanti.

Una breve ma intensa fase “ricostituente”

Io credo che da questo punto di vista bisognerà pensare ad una fase “ri-costituente” sia nel senso di una nuova costituzione identitaria, strategica e politica, sia nel senso di assumere maggior vigore e forza.

Ritengo che al centro della prossima assemblea debba esserci, senza dubbio, l’elezione del nuovo consiglio ma, soprattutto, la individuazione di un itinerario di ricostituzione.

Lo dico in sintesi e in modo brutale. Io immagino che la scelta migliore sia quella di votare un nuovo consiglio ma con un impegno preciso e a scadenza: lavorare, coinvolgendo tutti i soci ma anche e soprattutto i non soci e gli interlocutori nel disegnare un piano strategico da riportare all’assemblea entro al massimo 6 mesi. L’assemblea dovrà assumere questo piano insieme al consiglio e impegnarsi a realizzarlo in uno spirito di partecipazione collettiva.

Per me la questione del nuovo presidente e del nuovo consiglio è secondaria rispetto alla necessità di far diventare l’ASSIF un vero soggetto rappresentativo per i fundraiser e decisivo per il futuro del fundraising.

Potremmo dire che questa mia è una sorta di “mozione d’ordine” da rivolgere all’Assemblea dei soci che viene logicamente prima dell’elezione.

Cosa chiedo ai candidati, qualunque essi siano.

Spero chiaramente che i candidati siano persone che, lungi dal pensare di venire a gestire una associazione magari in contrapposizione alla precedente gestione, vengano a mettere la propria intelligenza, saggezza, esperienza e dinamismo al servizio di questa causa. Non sta nel loro potere – da soli – ridare fiato all’ASSIF. È solo nel potere e chiaramente nella volontà di fare dei fundraiser. Se non emergesse questa volontà allora credo che l’ASSIF sia destinata ad essere marginale.

Invito chi si vuole candidare a riflettere sinceramente sulla volontà di assumersi una responsabilità del genere e ad essere pronto a lavorare per questo accanto a persone che magari hanno opinioni diverse. Perché non possiamo pensare di avere una governance di parte o di nicchia. Abbiamo bisogno di una governance in grado di rappresentare la complessità del nostro mondo. Grazie al cielo non siamo tutti uguali, professionalmente, culturalmente, politicamente. Che nessun candidato pensi che la sua sia una sfida personale!

Dico anche chiaramente che, in questa fase, vedrei con preoccupazione arrivare liste bloccate o squadre “pre-formate” o cordate. In altri contesti andrebbe bene. Ma credo che nessuno sia stato in grado ad oggi di formare una compagine con un’idea chiara di cosa voglia fare dell’ASSIF. Quindi…

Le sfide che non possiamo non affrontare

Il piano strategico che il consiglio e tutti i soci devono definire deve dare risposta alle seguenti questioni chiave (non in modo esaustivo ma almeno significativo).

  1. Una visione e una missione chiara. Oggi è veramente molto difficile comunicare ad un fundraiser in modo chiaro quale sia lo scopo di ASSIF (non in senso statutario) ma in relazione al contesto culturale, sociale, professionale e politico che il fundraising vive. Non è la missione del Consiglio nascente ma quella dei fundraiser. Solo così possiamo evitare la deriva di un’organizzazione che sia di pochi e che segua solo determinati interessi.
  2. L’allargamento sostanziale ed effettivo della base associativa. Bisogna passare dalle poche centinaia alle migliaia. Senza dubbio trovando modalità più adatte ma, soprattutto, fornendo buoni motivi a chi per anni non si è iscritto per aderire e assumersi una responsabilità come succede in tutte le associazioni. Non pensiamo che l’adesione sia un problema economico! Per aderire bisogna produrre senso e dare motivazioni e questo passa per l’integrazione con il punto di vista dei potenziali soci. Ci vuole dialogo, molto dialogo e ascolto. Pensando a coloro che sono più lontani dal nostro mondo e che forse, pur essendo di fatto fundraiser, non ci percepiscono (cooperative, funzionari pubblici, imprese giovanili spesso, di fatto, non profit) e sciogliendo il nodo dell’adesione dei fundraiser delle grandi organizzazioni. In questo quadro va ripensata la strategia dei gruppi territoriali, che non possono più essere solo il luogo di incontro di chi già c’è e neanche solo i promotori di iniziative culturali, ma devono essere il luogo di ascolto e accoglienza di chi non c’è ancora.
  3. Dotarsi di una politica per lo sviluppo qualitativo e quantitativo del fundraising. È questo il grande problema del nostro Paese: non esiste una politica del fundraising. È per questo che tutti i provvedimenti che i governi prenderanno saranno sempre sbagliati. Non c’è una politica anche perché noi siamo intervenuti solo a fare petizioni e a opporci – giustamente – a provvedimenti sbagliati. Ma non abbiamo una proposta quadro di cui essere portatori non solo verso le istituzioni ma, soprattutto, verso il non profit e il mondo dei donatori. L’ASSIF deve avere la forza non solo di parlare ai fundraiser ma di parlare ai donatori e di guidare le organizzazioni a farlo. Con una punta di presunzione dico che il Manifesto per un nuovo fundraising poteva e può essere ancora una base di partenza per dotarci di una politica strategica in tal senso. A patto che sia inteso come un manifesto di tutti (questa era l’intenzione) e non di una parte.
  4. Un sistema nazionale di formazione. Non penso tanto, o almeno non solo, al fatto che ASSIF assicuri formazione e aggiornamento ai propri soci, ma che riesca a dare vita nel paese ad un sistema di formazione al fundraising che garantisca standard elevati di qualità, parametri di valutazione oggettiva, e capacità di far arrivare il fundraising alle radici dell’erba delle nostre organizzazioni, soprattutto dove ce n’è più bisogno: al Sud e nei servizi di welfare. Tutelando i diritti di chi accede, spesso pagandola, alla formazione e che merita vengano dati indicatori di qualità sulla base dei quali scegliere. Per anni abbiamo parlato di fare un tavolo tra gli enti di formazione per darci delle regole (come in tutti gli altri paesi) ma non ci siamo mai neanche riuniti.
  5. Ricerca. In Italia siamo all’anno “meno zero” sulla ricerca. Senza ricerca non possono crescere né i fundraiser né il fundraising. Ci muoviamo senza il conforto dei dati e con strumenti, metodi di indagine e teorie vecchie. Ci rifacciamo alle poche ricerche pur sapendo che sono quasi tutte senza base statistica e scientifica valida e con concetti operativi di donazione e fundraising molto deboli. È ridicolo. In tutti gli altri paesi ci sono investimenti innanzitutto del mondo non profit sulla ricerca.
  6. Alleanze. Ce la possiamo fare da soli a far crescere il fundraising? No. Ma ce l’abbiamo una strategia di alleanze e di interlocuzione? No. Una strategia che ci permetta di essere più forti nella lobby e nella advocacy. Affrontando una volta per tutte il nodo del rapporto tra noi fundraiser e le organizzazioni di secondo livello del non profit che spesso pongono in secondo piano proprio il tema del fundraising, quasi fosse ininfluente. Ma anche le alleanze con i donatori, con gli enti locali e con il mondo delle istituzioni che, per quanto siano esse in profonda crisi sono – ahimè – necessarie. Così come è importante anche ripensare alcune alleanze e collaborazioni realizzate fino ad oggi, che forse sono state poco strategiche rispetto agli obiettivi di ASSIF.
  7. I servizi. Lungi dall’essere il sindacato o l’ordine dei fundraiser, credo che l’ASSIF debba essere in grado di capire a quali bisogni dei fundraiser è necessario rispondere e come farlo. Bisogni professionali, contrattuali, culturali, di conoscenza, ecc. Pur non essendo lo scambio principale per i soci, il fatto di ricevere servizi non può che essere parte essenziale dell’associarsi.
  8. Le regole del fundraising e il loro rispetto. Non possiamo più tollerare che alcune mele marce e alcune azioni sbagliate o addirittura alcune false organizzazioni con secondi scopi rovinino il mercato. Per ogni campagna non trasparente, per ogni organizzazione che si dimostra essere non onesta o scorretta nelle pratiche, ne paghiamo conseguenze enormi tutti. Il tema, se vogliamo, è quello della autority sul fundraising che non possiamo proprio permetterci di lasciare in mano a istituzioni o accademici che non hanno mai raccolto un euro in vita loro e non hanno idea di cosa si parli. Lo dico chiaramente: se ci propinano delle linee guida come quelle fatte dall’Agenzia per le Onlus anni fa, le dobbiamo respingere.
  9. Il rafforzamento organizzativo. L’ASSIF deve avere sedi, personale e funzioni, capacità di comunicazione che siano all’altezza di una vera organizzazione. Questo punto non può che essere collegato a quello dell’allargamento della base associativa e quindi a maggiori entrate dalle quote. Ma vuol dire avere un piano di fundraising a medio e lungo raggio che sia tarato sulle esigenze di un’organizzazione al meglio e non al minimo indispensabile.
  10. Un nuovo modello associativo in cui pensare a diverse forme di associazione, pensando anche al livello organizzativo e con modelli di vita istituzionale più leggeri (votazioni on line e lavoro a distanza per esempio) meno costosi e più rapidi.

È anche una questione di metodo

Infine alcune questioni di metodo per arrivare ad un piano strategico.

  1. Coinvolgimento attivo di tutti (non vuoi essere coinvolto? Pazienza: vuol dire che non ti interessa ASSIF!).
  2. Di conseguenza, tutti possono dire la loro ma dal di dentro. Ossia essendo soci o volendo diventare soci. Basta con chi dà giudizi e fornisce pareri (a volte anche giusti) ma rimanendo a guardare dalla finestra.
  3. Studiare bene come fanno le altre associazioni nel mondo che sicuramente avranno avuto gli stessi problemi magari trovando soluzioni. Fare tutto da sé non sempre conviene.
  4. Non possiamo pensare che tutto venga fatto da un Consiglio! Pensiamo ad altri organismi (non statutari) in cui disseminare le responsabilità e le iniziative. Per fare il piano strategico, molti che non si candideranno potranno e dovranno comunque svolgere un ruolo importantissimo per il bene della categoria. Io penso a gruppi di lavoro che concorrano a definire il piano strategico.
  5. Pazienza e lungimiranza. Non pensare solo alla gestione ordinaria e a breve termine e neanche solo a rispondere agli stimoli che ci arrivano dall’esterno. Dobbiamo lavorare per diventare quello che vogliamo essere tra due o tre anni (per questo serve una visione comune). La fretta è una cattiva consigliera.

Buona assemblea a tutti.

Massimo Coen Cagli, socio ASSIF, formatore e consulente senior

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