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Vi raccontiamo il fundraising e lo facciamo a modo nostro.

C’è un “Mondo” di donatori per l’Italia: perché non li prendiamo?

da | 11 Nov 2020 | Fundraising: vorrei e non vorrei | 8 commenti

Nonostante l’Italia possieda un patrimonio culturale materiale e immateriale tra i più grandi del pianeta e questo indubbiamente rappresenti un’attrattiva per tutto il mondo, le organizzazioni culturali italiane fanno poco o nulla per raccogliere fondi all’estero.

Le istituzioni che hanno campagne di raccolta fondi all’estero o che si sono dotate di associazioni “amici di…” in Usa o altri paesi sono qualche decina. Eppure ogni anno registriamo circa 430 milioni di presenze e 128 milioni di arrivi di turisti di altri paesi con una tendenza costante alla crescita negli anni (dati ISTAT sul “Movimento turistico in Italia”).

Altri paesi con patrimoni importanti ma meno rilevanti di quello italiano, fanno molto di più. Privarsi dell’opportunità di avere sostenitori in tutto il mondo in un contesto di grave crisi del settore culturale appare quanto meno ingenuo.

Lo stesso discorso vale per le tante altre eccellenze italiane in campo sociale. Ricordiamoci che cooperative sociali e imprese sociali sono “tipicità italiane”, e che la nostra capacità di creare forme e servizi di welfare di comunità ci è invidiata da molti paesi (d’altro canto forme mutualistiche e di investimento sociale sullo sviluppo di una comunità nel nostro Paese nascono già all’epoca dei comuni). Inoltre abbiamo una lunga storia di aiuto umanitario e cooperazione nei paesi in via di sviluppo, come evoluzione dell’esperienza missionaria. In altre parole, l’Italia rappresenta, per gran parte del mondo, un “vertice” della civiltà occidentale e il paese del “ben-essere”. Non è un caso, credo, che l’italiano sia tra le cinque lingue più studiate al mondo, in alcuni paesi, più del francese, del tedesco o del cinese.

Tuttavia, i numeri ci dicono che non siamo propensi a promuovere queste “eccellenze” nel resto del mondo.

Secondo una ricerca del 2015 commissionata dalla FIDAM (Federazione Italiana delle Associazioni Amici dei Musei), le istituzioni culturali museali italiane che hanno una membership internazionale sono veramente poche. Facendo una ricerca su Internet, le uniche istituzioni italiane che si trovano nelle prime 50 pagine di risultati sono Uffizi, Capodimonte – che è la più attiva, solida e presente sulla comunicazione – , Friends of Florence, MAXXI, Cimitero monumentale di Stigliano (GE) e Friends of Venice (oltre al Vaticano).

Sulla piattaforma della King Baudouin foundation USA (che permette ad organizzazioni non statunitensi di raccogliere donazioni in USA, garantendo i vantaggi fiscali previsti da questo paese), sono presenti 32 progetti/organizzazioni Italiane di cui solo 11 inerenti il settore arte e cultura (Brera, Pompei, Santa Cecilia, Accademia Arrigoni, Opera di Santa Croce, FAI, Biennale di Venezia, Museo Archeologico di Firenze, Museo Egizio di Torino, Museo della Scienza e della Tecnica Leonardo da Vinci). Le organizzazioni francesi sono 85 (27 su cultura), le olandesi 51 (27 sulla cultura).

Si servono del Transnational Giving Europe (sistema per donazioni transnazionali in Europa) 28 organizzazioni italiane, di cui solo cinque di arte e cultura (Conservatorio di Ferrara, FAI, MAXXI, Duomo di Milano, WeAreHereVenice). Quelle francesi sono più di 200, di cui 39 di arte e cultura.

In sostanza, il paese che possiede la maggior parte del patrimonio artistico-culturale in Europa è uno degli ultimi a guardare al mercato internazionale del fundraising.

Qualche anno fa mi è capitato di dover fare una ricognizione sulle fondazioni statunitensi che hanno finanziato progetti sociali o culturali in Italia tra il 2006 e il 2016 e ho scoperto che sono state più di 150. Un numero rilevante di queste, già nel nome, mostra un forte legame con l’Italia (o per origine del “fondatore” o perché legata ad un territorio italiano) oppure ha nella governance un’alta presenza di membri italo-americani. Tutte le volte che fornisco quest’informazione nei corsi, i partecipanti sono increduli pensando che al massimo una decina di loro (e solo le più famose) siano intervenute in Italia. Invece, molte di queste Fondazioni sono per lo più sconosciute a noi e magari sono localizzate anche in centri minori rispetto alle capitali degli Stati Uniti come ad esempio l’Harry J. Lloyd Charitable Trust, di Overland Park (Kansas) che ha sostenuto quattro progetti italiani per oltre 400 mila dollari o la Charles Stewart Mott Foundation di Flint (Michigan) che ha sostenuto progetti in Italia per più di 1,5 milioni di dollari.

Le nostre organizzazioni, infine, hanno poca consapevolezza di quanti italiani o oriundi italiani ci siano nel mondo e che, per evidenti ragioni, in un’ottica di fundraising internazionale, non possono che essere un target privilegiato. Ebbene: sono cinque milioni gli italiani presenti all’estero, 30 milioni negli ultimi 150 anni il che ha generato tra i 60 e gli 80 milioni di oriundi. In Usa sono stati censiti 15 milioni di italiani e sono presenti più di 700 organizzazioni di italo americani (dati: indagine Migrantes). Uno dei principali bisogni dei nostri connazionali all’estero è quello di mantenere un forte legame con il proprio Paese e, al contempo, di rappresentare ai paesi che li ospitano l’importanza dell’Italia, della sua cultura e del suo “ben-essere”.

Come mai non guardiamo al panorama internazionale del fundraising? Tra le tante ragioni due sono le principali:

  • la scarsa conoscenza dei mercati internazionali del fundraising (con particolare riferimento a quello nord-americano) e dei relativi strumenti per accedervi efficacemente;
  • la mancanza di strutture e personale competente dedicato al fundraising, la cui presenza, invece, è ormai ritenuta uno standard di qualità delle istituzioni culturali in molti altri paesi (sono veramente pochissime le istituzioni culturali che hanno un ufficio dedicato al fundraising).

Su questa “arretratezza” tipicamente italiana incidono anche molti altri fattori, tra cui: la scarsa conoscenza delle lingue straniere, l’idea che si debba dipendere solo dai finanziamenti pubblici (soprattutto per molte istituzioni culturali pubbliche), la convinzione che non sia possibile prendere soldi dall’estero, la mancanza di comunicazione verso gli stranieri che vengono per turismo, studio, lavoro o semplicemente per piacere, nel nostro Paese.

Possiamo permetterci questo lusso?

E ancora, possiamo negare a coloro che nel mondo amano l’Italia, la sua cultura, il suo “ben-essere” sociale di esserne parte attiva?

8 Commenti

  1. Carlo Vergnano

    Ottimo intervento ! Mi permetto di aggiungere una cosa che mi pare lampante alla luce della mia attività di fundraiser in Francia.

    La Francia dispone di un corpo diplomatico coeso e determinato nel difendere il paese e la sua “grandeur”, ben informato e attento a non lasciar scappare nessuna opportunità di mecenatismo proveniente dall’estero, e specialmente dall’America, da dove continuano a fioccare donazioni in denaro e in opere. Questo si unisce alla grande fama dei marchi del lusso francese e delle istituzioni Museali (primo fra tutti il Louvre, ma anche Orsay, il Pompidou e altri), che fanno sì che diventare mecenate per la Francia sia un vanto, una dimostrazione di raffinatezza e di cultura. Si veda l’ultima opera di Anne Monnier ” I nostri cari amici americani” https://www.puf.com/content/Nos_chers_%C2%AB%C2%A0Amis_am%C3%A9ricains%C2%A0%C2%BB.

    Bisognerebbe pertanto lavorare con il corpo diplomatico, gli Istituti di cultura, l’ENIT. In generale però, occorre dare un’immagine più attraente e soprattutto più affidabile del nostro Paese all’estero, invogliando così i mecenati a sostenere la nostra cultura ! Ma questo è un lavoro di sistema-Italia, e qui il discorso si farebbe lungo…

  2. Massimo Coen Cagli

    Gentile Carlo, grazie innanzitutto per le parole di apprezzamento ma soprattutto per gli ulteriori spunti e informazioni che ha condiviso. E’ vero: c’è bisogno anche di una azione di sistema (Sistema-Italia) che ponga al centro l’obiettivo strategico di promuovere meglio il nostro patrimonio anche e soprattutto in una logica di fundraising e non solo di turismo. L’esempio francese è senza dubbio da prendere in considerazione. Grazie ancora

  3. Federico Costanza

    Gentile Carlo, sono molto d’accordo con lei.
    D’altronde, pone l’accento sul sistema diplomatico e gli istituti di cultura e ha perfettamente ragione. Spesso manca già a questo livello una conoscenza del territorio.
    Nella mia esperienza estera ricordo bene la capacità dei francesi di fare rete attraverso i tanti enti e associazioni sul territorio per la promozione della lingua e della cultura francese. E ricordo la capacità di mobilitare la popolazione di origine francese nel paese ospitante e di cooptare le istituzioni locali per importanti progetti culturali.
    Il tutto contrapposto alla mancanza degli italiani di far fronte comune o di approntare una qualunque strategia culturale, pur dietro un forte interesse per il nostro patrimonio e le nostre tradizioni culturali.

  4. Massimo Coen Cagli

    Ha ragione Federico. Uno dei nostri punti di debolezza è proprio quello di fare sistema tra le diverse organizzazioni. Ma per farlo bisogna avere una strategia chiara, cosa di cui, almeno per quanto riguarda il fundraising, sentiamo una grande mancanza per il settore culturale. A questo questo aspetto, per altro, dedicammo nell’aprile 2019 l’evento +fundraising+cultura in cui chiamammo a raccolta tutti gli stakeholder proprio per condividere l’esigenza di dare vita ad una policy pubblica e privata tesa ad aumentare in quantità e soprattutto qualità il nostro fundraising. E’ stato come piantare un seme….adesso la sfida è farlo crescere e maturare. E non è sfida da poco.

  5. Vergnano Carlo

    Vi ringrazio per aver risposto al mio commento, mi fa piacere condividere le nostre opinioni e constatare che esse sono assai simili. Una domanda molto pratica : esiste un video della conferenza di aprile 2019? Avevo domandato di assistere da remoto ma non era stato possibile, mi farebbe però molto piacere poter riascoltare questa giornata in cui faceste il punto sulla situazione del fundraising per la cultura. Grazie

  6. ilaria M. N.

    Ciao Massimo, con piacere ti invio alcune esperienze “concrete” di raccolta fondi negli USA:

    -Blog, creato durante il lockdown, per aiutare/sensibilizzare le associazioni italiane a raccogliere fondi negli Stati Uniti: http://www.ilariamn.com/

    -link ad articolo con target le comunità italiane all’estero (e pubblicato su un media di New York) http://www.ilariamn.com/2020/03/21/https-www-lavocedinewyork-com-en-news-2020-06-26-women-and-children-excluded-from-the-future-italy-the-reaction-to-post-covid-19/

    – E qui Pagina realizzata su KBFUS (dalla quale è arrivato un grant )da una fondazione americana)
    https://kbfus.networkforgood.com/projects/52921-m-kbfus-funds-mission-bambini-it

    Prima di iniziare è importante sapere, cmq, che nelle attività all’estero (soprattutto in USA ) vale di più l’esperienza che la conoscenza! Un abbraccio, ilaria M. N.

  7. Massimo Coen Cagli

    Carissima Ilaria, grazie davvero di cuore per averci fornito queste informazioni che vanno a confermare come la raccolta fondi internazionale è una opportunità quanto meno da prendere in considerazione. Mi piacerebbe approfondire con te – a beneficio di tutti – la tua affermazione finale. Cosa intendi per conoscenza e per esperienza, nel caso specifico?
    Grazie anche per il link al tuo articolo che è veramente molto interessante. Anzi invito tutti a leggere il blog di Ilaria che è veramente pieno zeppo di informazioni e spunti utili: http://www.ilariamn.com/

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