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Il fundraising è una questione di liquidità?

da | 9 Feb 2017 | Fundraising: vorrei e non vorrei | 1 commento

Zygmunt Bauman era un fundraiser? No, ma ci ha spiegato molte cose dell’odierna società, più o meno liquida, che hanno un’influenza straordinaria sul fundraising. È per quello che, a mio avviso, varrebbe la pena inserire la sua ampia produzione intellettuale, nella biblioteca ideale di un fundraiser.

La società liquida con le sue strutture “umane”, come l’amore, il pensiero, la paura, ecc., è quella società post-moderna dove l’esperienza individuale e le relazioni sociali sono contraddistinte da caratteristiche che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente, in modo vacillante e incerto, fluido e volatile. Questa acquisizione, largamente condivisa in tutte le sfere del pensiero odierno ci deve spingere (e per quanto mi riguarda mi ha spinto già nel 2009, in occasione del Festival del Fundraising, e nel 2013, con l’itinerario “Fundraising. Un altro welfare è possibile”) a chiederci qual è la sorte dei comportamenti donativi e delle stesse organizzazioni che raccolgono fondi in una società liquida caratterizzata da una forte crisi economica, culturale e sociale.

Perché non si può pensare che le strutture del fundraising siano immutabili sempre. Forse dobbiamo domandarci se non siamo di fronte ad un fundraising o ad una filantropia liquidi che assumono caratteristiche nuove rispetto al passato. Esiste forse un donatore liquido? Per alcuni versi sì. Un donatore strutturalmente occasionale, volubile, in balia solamente di fattori quali l’emozione, la retorica, l’adesione a mode sociali, e quindi difficilmente fidelizzabile, perché non centrato sui contenuti e sulla relazione con l’organizzazione ma esclusivamente con il suo brand e la sua immagine. Un donatore che tende ad assimilare la donazione a un atto di “consumo” piuttosto che ad un atto di “produzione sociale”. È il consumo, infatti, il pilastro della vita post-moderna, mentre in passato un individuo era un soggetto della società e ne era incluso nella misura in cui produceva.

Lungi dal fornire risposte in senso operativo, compito che spetta a noi fundraiser, il pensiero di Bauman ci spinge a guardare al donatore e al fenomeno della donazione in modo diverso e a rivedere concetti come quello di target, di adesione alla causa, di solidarietà, di fidelizzazione, di scambio e molto altro ancora, nella consapevolezza che la società liquida è un attacco molto forte alla cultura donativa, almeno come l’abbiamo pensata fino ad oggi, e che adeguarsi alla nuova liquidità non è l’unica risposta per il fundraising moderno.

Bauman per me è stato utile non solo nel processo di analisi critica del fundraising ma anche nel percepire il fundraising come possibile fenomeno sociale che possa rispondere in qualche modo ai tanti paradossi e ai tanti drammi della società liquida. Bauman spiega anche come gli individui tendano a rispondere a questa situazione di liquidità e ai suoi effetti negativi. Spiega come la comunità sia diventata il luogo dove l’individuo può costruire e ricostruire la propria identità in una società che tende a liquefarla. L’identità è importante per un individuo come lo è il sistema cardiocircolatorio: senza si muore. Questo ci spinge a pensare che, come risposta alla globalizzazione e ai suoi effetti sulle relazioni sociali, gli individui siano alla ricerca spasmodica di identità e che tendano a trovarla nella dimensione comunitaria. Ci ricorda anche che il tema della costruzione e ricostruzione della dimensione comunitaria, molto forte nel pensiero di Z. Bauman, è tema centrale quando si ragiona della necessità degli individui di difendersi dagli effetti negativi della globalizzazione e di costruire una propria identità individuale e collettiva.

Il fundraising, nella dimensione comunitaria, non è forse uno strumento straordinario di creazione di un’identità comune? Non è forse un antidoto alla liquidità delle relazioni sociali? Non è il modo per trasformare emozioni, liquide e volubili per loro essenza, in sentimento solido e impegnativo sul piano morale? Da questo punto di vista, quello che oggi chiamiamo community fundraising invece di essere una sotto‐branca 2.0 della disciplina, appare essere un approccio strategico che riguarda tutte le tecniche e le modalità di relazione con i donatori. Anche perché presuppone che il fundraising si poggi e si sviluppi sull’esistenza di una comunità produttrice di fiducia sociale, condizione essenziale per le donazioni. Un fundraising per il welfare, del quale si parla molto in tutto il mondo, non può che essere un fundraising e un non profit costruttore di comunità. Questo rappresenta il superamento del vecchio e forse desueto schema tripartito tra donatore, organizzazione e beneficiari (ancora insegnato in molti corsi di fundraising), in cui ognuno dei tre soggetti ha una sua autonomia dagli altri e ha rapporti che non prevedono l’integrazione. Niente di più distante dalla concezione di comunità in tempi di società liquida.

Forse se avessimo letto in tempo tra le righe del pensiero di Bauman, oggi avremmo un’idea più chiara di quali possano essere le strategie di risposta ad una liquefazione dei comportamenti donativi.

1 commento

  1. Susanna Coen Cagli

    Una riflessione molto interessante! Sposta la nostra attenzione su un altro piano da quello a cui siamo abituati noi figli del “razionalismo” e ci spinge proprio ad un altro modo di analizzare la realtà. Siamo così spinti a non “inquadrarla in schemi precostituiti, ma a leggerla creativamente per agire creativamente. Inoltre ci costringe a ri-farci domande di fondo sui valori o principi che fondano la nostra vita e il nostro agire. Grazie!

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