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Novità, eventi e segnalazioni dalla Scuola.Lettera aperta: un bando di gara del Teatro Lirico di Cagliari spiega come NON si fa fundraising

Ancora una volta assistiamo all’ennesimo bando di gara emanato – nel maggio scorso – da una istituzione culturale pubblica, quale il Teatro Lirico di Cagliari, per acquisire un “procacciatore di sponsor e mecenati”, ossia un operatore economico che si incarichi per conto del Teatro di reperire finanziamenti privati.
All’operatore economico si riconosce una percentuale a success fee (che l’operatore dovrà proporre a ribasso sapendo che il Teatro stima – per un impegno di 36 mesi – che si reperiscano 2 milioni di euro a fronte di un success fee di al massimo 60.000 euro. Non sono previste coperture di eventuali spese vive né altra retribuzione. Dal bando non si evince che il Teatro si assuma impegni di qualunque genere funzionali a rendere possibile il reperimento di finanziatori.
In poche pagine viene riassunto il manuale perfetto di come NON SI FA FUNDRAISING per la cultura e in generale.
Si pensa che il fundraising sia né più e né meno che la vendita di un prodotto di cui si occupa un commerciante. Se questo è vero (solo in parte) per la vendita di spazi pubblicitari, sicuramente non è vero per quanto riguarda il mecenatismo e le sponsorizzazioni (che spesso richiedono una logica di partnership tra sponsor e sponsee e una relazione diretta tra ente e donatore).
In tutto il mondo istituzioni come i teatri lirici si dotano di un ufficio di fundraising la cui responsabilità è in capo agli organi direttivi, guidando una strategia integrata con quelle di produzione artistica, di audience development, di comunicazione e di management. E anche in Italia alcuni Teatri lirici hanno istituito al proprio interno uffici e responsabili del fundraising (qui un’interessante intervista al Direttore marketing e fundraising del Teatro alla Scala di Milano).
Certo, per fare questo occorre adottare un approccio imprenditivo, fatto di investimenti e non di mera gestione dei costi. Cosa che è esplicitata nel decreto costitutivo delle Fondazioni lirico sinfoniche[1]. Ma in questo caso non solo non si investe, ma neanche si intende sostenere costi, scaricando il rischio della operazione solo sul procacciatore, pensando quindi che il successo di una operazione di fundraising dipenda solo dalla capacità di vendita e non dai contenuti, dalle relazioni con i pubblici, dalla capacità di produrre impatti significativi e altri “asset” propri dell’ente.
Quindi il bando è la dimostrazione che molti enti culturali NON hanno alcuna intenzione di effettuare investimenti strategici ma solo di amministrare l’esistente. Magari lamentandosi poi della mancanza di fondi.
Ci aspetteremmo a questo punto che anche tutte le altre funzioni importanti di un ente vengano ricoperte da professionisti pagati a success fee, incluse le funzioni dirigenziali. Non si capisce perché solo il fundraising vada fatto a costi e investimenti zero e tutto il resto invece vada retribuito ed essere oggetto di investimenti.
Così non si cresce, ma si acuisce solo il problema della sostenibilità della cultura.
Inoltre in tutto il mondo, e anche in Italia (si veda la campagna “zero%” di Assif), i professionisti del fundraising rispettano un codice etico che esclude la retribuzione a percentuale non solo per un rispetto dei diritti di chi lavora ma anche per rispetto dovuto ai donatori e ai mecenati che se vogliono sostenere un ente lo fanno per la sua bontà e per la capacità di coinvolgere la comunità attorno alla sua missione e non certo per la capacità di vendita di un “operatore economico”.
Questo bando (simile, purtroppo, a tanti altri) è un esercizio perfetto di irresponsabilità. E un danno per tutto il settore culturale italiano che continua a predicare e promuovere un intervento dei privati a sostegno della cultura, dotandosi anche di strumenti importanti come l’Art bonus, e il 5 per mille destinato alle istituzioni culturali, ma praticando ancora vecchie logiche eticamente discutibili e totalmente inefficaci.
CHIEDIAMO
- alle istituzioni italiane e nella fattispecie allo Stato Italiano nella persona del Ministero della Cultura, all’ ANCI e alla Conferenza delle Regioni (posto che la Fondazione è costituita e diretta da queste amministrazioni) di porre fine a questa pratica inutile e dannosa e di operare per diffondere una cultura moderna del fundraising che il nostro Paese da tempo meriterebbe di avere, offrendo anche strumenti amministrativi che facilitino l’investimento in fundraising professionale, come avviene in tutto il mondo, anche in Paesi che hanno patrimoni culturali minori del nostro.
Di cose da fare, invece di emanare bandi di questo tipo, ce ne sono e le abbiamo già identificate insieme alle amministrazioni durante l’evento +Fundraising +Cultura: basterebbe prendere sul serio le 44 indicazioni emerse dal lavoro congiunto di tutti gli stakeholder pubblici e privati della cultura e contenute negli Atti dell’evento.
- ai professionisti del settore e agli operatori del mondo della cultura di sottoscrivere e sostenere questa nostra istanza, rendendola pubblica ed esprimendosi in merito.
[1] Il Decreto Legge 30 aprile 2010, n. 64 coordinato con la Legge di conversione 29 giugno 2010, n. 100 in vigore dal 1° luglio 2010 ha ulteriormente modificato la veste giuridica delle fondazioni lirico-sinfoniche attenendosi a “criteri di razionalizzazione dell’organizzazione e del funzionamento, sulla base dei principi di tutela e valorizzazione professionale dei lavoratori, di efficienza, corretta gestione, economicità, imprenditorialità e sinergia tra le fondazioni” e ha previsto, nello specifico, forme adeguate di vigilanza sulla gestione economico-finanziaria, la rideterminazione dei criteri di ripartizione del contributo da parte dello Stato nonché la destinazione di una quota crescente del finanziamento statale in base alla qualità della produzione.