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Quanto contano le emozioni di un fundraiser?

da | 11 Giu 2020 | EmozioDOnandoci | 0 commenti

“Tu chiamale se vuoi emozioni…”. Le emozioni e la loro influenza sulle scelte e sulle azioni degli esseri umani sono argomenti tra i più studiati e trattati negli ultimi venti anni in diversi campi: dalla medicina alla psicologia, dalle neuroscienze al marketing e all’economia, senza escludere il fundraising.

L’analisi e la riflessione sul ruolo che rivestono le emozioni nella vita quotidiana è uno de-gli argomenti che più mi interessa da quando sono diventata genitore e quindi da quando ho assunto il compito di guidare i miei figli verso una vita piena, con la consapevolezza della propria unicità e della responsabilità che ciascun essere umano ha nel cambiare in meglio il mondo e la realtà in cui vive.

Da quando ho conosciuto il celebre “L’intelligenza emotiva” di Daniel Goleman mi sono letteralmente tuffata in questa “disciplina” e ho provato a osservare e leggere dall’esterno i miei comportamenti per comprendere quanto fossi realmente emotivamente intelligente (ero già laureata e professionalmente abbastanza soddisfatta). Ho subito scoperto di esserlo molto poco e solo da allora credo di aver iniziato il mio viaggio verso l’età adulta, nonostante l’età anagrafica indicasse diversamente.

Ma di cosa si tratta esattamente e, soprattutto, quali connessioni possono esserci con il fundraising?

L’intelligenza emotiva (diversa da quella cognitiva) è la capacità di relazionarsi in maniera efficace agli altri esseri umani e a se stessi: è la volontà e l’abilità di connettersi con le proprie emozioni, di saperle gestire, di essere in grado di auto-motivarsi, di riuscire a gestire e frenare gli impulsi, di vincere la frustrazione.

Gli studi di Goleman dimostrano che l’intelligenza emotiva si fonda su quattro competenze di base:

  • l’autocoscienza, cioè la capacità di comprendere quello che si prova e di vivere attaccati ai propri valori, alla propria essenza;
  • l’automotivazione, cioè l’abilità di sapersi orientare verso le proprie mete, di recuperare i contrattempi, di gestire lo stress;
  • la coscienza sociale o empatia, in pratica la capacità di sentire le emozioni e saper leggere i bisogni dell’interlocutore;
  • infine, pietra filosofale dell’intelligenza emotiva, la capacità di comunicare in maniera positiva, di raggiungere accordi e creare connessioni rispettose con gli altri.

Nell’ambito del fundraising le emozioni sono, in effetti, piuttosto studiate e analizzate: emozionare il donatore è una delle abilità più importanti che deve sapersi costruire un buon fundraiser, anche se non tutti, nel settore, sono sempre d’accordo con questa affermazione.

Ad esempio, Francesco Ambrogetti, nel suo libro “Emotionraising”, spiega come le recenti scoperte delle neuroscienze applicate al marketing e al fundraising mostrino che il cervello umano – sia quando si tratta di acquistare un prodotto, sia quando si tratta di effettuare una donazione o di firmare una petizione – decida in base ad alcune specifiche emozioni. Nel libro si dimostra come le emozioni guidino le decisioni e giochino un ruolo fondamentale quando si decide di sostenere o aderire a determinate cause o organizzazioni. Emozionare il donatore è la chiave della comunicazione di una campagna di raccolta fondi. Le emozioni in gioco sono spesso paura e tristezza, che attivano la giusta dose di empatia. Del resto, come ha dimostrato anche il grande successo della raccolta fondi della nostra Protezione Civile relativamente all’emergenza dell’epidemia di Covid-19, la paura e anche la sensazione di sconforto, e forse quella di sentirsi uniti per superare una fase difficilissima per un’intera comunità, spinge a donare e a dirottare le donazioni nell’emergenza.

La domanda è: nella costruzione e nella realizzazione di campagne di raccolta fondi delle piccole e medie (e forse anche grandi) organizzazioni, quanto conta l’intelligenza emotiva del fundraiser? Quanto è importante che anche il più bravo e competente fundraiser sia realmente sintonizzato sulle proprie emozioni e quanto conta il fatto che sia intenzionato a “donarle” al proprio interlocutore, sia esso l’organizzazione per la quale sta effettuando una consulenza o il donatore da “convincere” verso una causa sociale specifica? Forse questo potrebbe essere un bel tema da esplorare per comprendere quanto siano emotivamente intelligenti i fundraiser e quanto il loro “successo” sia proporzionale alle emozioni che provano e sanno donare.

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