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Viva la Rai, coi capoccioni e gli operai: una strana idea del servizio pubblico per il fundraising

da | 13 Apr 2017 | Fundraising: vorrei e non vorrei | 0 commenti

Non tutti sanno che esiste un regolamento relativo alle richieste di ospitalità sulla Rai di campagne sociali incluse quelle per raccolta fondi. Per lungo tempo l’accesso alla Rai per campagne di raccolta fondi, sensibilizzazione e affini non era regolamentato. La commissione parlamentare sulla Rai quindi aveva richiesto alla stessa di procedere a stilare un regolamento.

Ebbene il regolamento c’è ed è necessario leggerlo per accedere al servizio ma anche per capire quanto il servizio pubblico non sia sufficientemente adeguato rispetto alle esigenze di sostenibilità del settore non profit e di tanti servizi pubblici che perseguono finalità sociali e culturali.

È importante sapere che le domande vengono accolte solo nei bimestri marzo/aprile e settembre/ottobre. Quindi, organizzazioni dovete programmare in tempo!

Le regole, nel miglior stile vetero-amministrativo, sono una sequela di direttive burocratiche anche piuttosto avulse dalla realtà di un’organizzazione non profit e delle proprie campagne sociali. Ispirate alla “formalità” piuttosto che alla qualità.

Qui potete trovare il testo completo.

Le “perle” del regolamento Rai per campagne di fundraising e sensibilizzazione

Ecco qui alcune “perle” contenute nel regolamento.

  • L’obbligo per chi richiede l’accesso di pubblicare bilanci e i rendiconti delle campagne su testate nazionali che si trovano in edicola, escluse quelle locali” (art. 3). La cosa è notoriamente priva di costi che, chiaramente, incideranno pesantemente sulla raccolta fondi. Bastava pubblicarle gratis sulle testate Rai on line, più nazionali di così!
  • Per verificare l’affidabilità dell’organizzazione servono: “…atto costitutivo e il relativo statuto comprovanti la mancanza di finalità di lucro negli scopi perseguiti; il bilancio… relativo almeno all’esercizio sociale dell’anno precedente e dal quale risulti, con specifica evidenza, la consistenza e la gestione delle risorse afferenti all’attività di assistenza, beneficenza e altre similari, pubblicato su quotidiani o periodici a diffusione nazionale, commercializzati in edicola; …copia della documentazione comprovante – nel caso di precedenti manifestazioni approvate dalla Rai – la puntuale osservanza delle Norme qui previste…” (art. 3)Lo statuto deve dichiarare esplicitamente che la “organizzazione non deve avere la finalità di lucro. E non devono avere rapporto diretto o indiretto con attività commerciali” (art. 8). Quindi una cooperativa sociale che svolge attività di produzione volta all’inserimento lavorativo di svantaggiati? E una APS che prevede la possibilità di svolgere attività commerciali? E come la mettiamo con la nuova nozione di imprese sociali prevista dalla riforma del terzo settore? Nutro qualche dubbio in merito…Insomma tutta documentazione evidentemente utile a capire se sia importante o meno la campagna e se l’organizzazione sia in grado di perseguire, attraverso la qualità dei progetti per i quali si chiedono finanziamenti, le finalità proposte! Per chi non lo avesse capito questa frase è ironica.
  • L’associazione non può porre in essere campagne pubblicitarie e di comunicazione tali da indurre i cittadini a confondere l’iniziativa approvata dalla Rai con altre campagne promosse dall’associazione medesima” (art. 5). Siamo sicuri che questo non limiti il fatto che l’organizzazione su un medesimo progetto ponga in essere anche altre azioni? Quale sarebbe il problema? Visto poi che i risultati attesi da una campagna sulla RAI sono legate alla indeterminatezza (quantità, orario degli spot, trasmissioni che ospitano l’appello…) degli spazi concessi. Se la preoccupazione era quella di un uso anomalo del marchio Rai, bastava dirlo esplicitamente.

Tutto quello che non viene regolato

Fin qui quello che c’è. Veniamo a quello che manca.

  • La Rai, che è un servizio pubblico ispirato al pluralismo, non ci dice nulla su come valuterà le proposte e come gestirà spot e trasmissioni. Né tanto meno sui tempi e le modalità di risposta. Tre cose che incidono in modo enorme sul risultato della campagna e sugli investimenti che le organizzazioni devono fare per preparare il materiale di comunicazione. In sostanza un regolamento fatto non per migliorare le raccolte fondi (e in genere l’uso del SMS solidale) ma piuttosto per contribuire a farlo fallire. Conosco molte piccole e medie organizzazioni che hanno atteso per lungo tempo una risposta bruciando risorse al fine di prepararsi, per poi ricevere una non ben motivata non accettazione della domanda.
  • SI tenga conto che i principi ai quali si ispira il regolamento, fanno riferimento alla lettera g) del Documento di indirizzo sul pluralismo nel servizio pubblico radiotelevisivo, che recita (alla faccia del pluralismo!): “Per quanto riguarda le trasmissioni nel corso delle quali vengono organizzate pubbliche raccolte di fondi, va assicurato che a beneficiarne siano a rotazione tutte le associazioni più rappresentative e che offrano adeguate garanzie: a questo riguardo si richiedono alla Rai delle regole precise, che la Commissione si riserva di valutare”.

    Come si decide quali organizzazioni sono più rappresentative?
    Chi lo decide? Vuol dire i marchi più famosi? Quelli con il numero di soci maggiore? E come si decide quali offrono adeguate garanzie? Quali garanzie? E come vanno valutate? E chi le sa valutare?

La “regola madre” della discrezionalità

La regola, non scritta, è la discrezionalità. Certo, la Rai afferma che deciderà “sulla base anche della congruità alla propria linea editoriale dei temi proposti… e potrà avvalersi, nella valutazione dei singoli temi, della consulenza di noti esperti di settore” (art. 1). Quali esperti? Quanti? Nominati da chi? Con quali linee guida?

Aggiungiamo inoltre che le regole – soprattutto relative ai tempi di presentazione della domanda – valgono per tutti, tranne “per quelle organizzazioni che hanno un rapporto di partnership con la RAI” (leggi: compra spazi pubblicitari e trova accordi diretti). Queste organizzazioni, visto che sono forti e probabilmente acquistano spazi (il che è più che legittimo, intendiamoci) hanno la precedenza e non devono rispettare i tempi dei bandi.

Manifesto per un nuovo fundraising

Manifesto per un nuovo fundraising.

Credo di sapere come vada a finire. Che le organizzazioni che hanno capacità di investimento e marchi e relazioni forti passeranno bene in RAI e quelle minori o meno famose, che non hanno capacità di investimento – anche se hanno progetti e programmi validi e che possono garantire qualità – non passeranno o passeranno in maniera periferica, macinati da un modo scriteriato di gestire gli spazi, con continue sovrapposizioni di messaggi, cause, testimoni, e conduttori di programmi. E alla fine si raccoglieranno sempre meno soldi e sempre più in modo squilibrato rispetto al “pluralismo” del nostro settore non profit.

Volete sapere come si poteva fare meglio? Consultate il Manifesto per un nuovo fundraising (capitolo 5 a pagina 41: “Garantire una comunicazione e informazione corretta, accessibile e pluralista”) consegnato alle istituzioni in occasione della riforma del terzo settore. Magari, la avessero letta e avessero consultato i fundraiser, avrebbero fatto di meglio, anche per la qualità del servizio pubblico stesso.

Viva la RAI!

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