Menù

BLOGFUNDRAISING

Vi raccontiamo il fundraising e lo facciamo a modo nostro.

Documento di buona causa: ecco perché non puoi farne a meno

da | 26 Apr 2021 | La chimica del fundraising | 0 commenti

I​l Documento di buona causa, il Case statement, internal o external case o, più semplicemente, la Causa sociale. Qualunque nome gli venga dato, quante volte abbiamo sentito parlare di questo oggetto misterioso cui, in tutti i manuali di fundraising, è dedicato il primo capitolo e che quindi, per definizione, è importante e preliminare a tutto il resto? Tuttavia, quando si parla di Documento di buona causa è facile possa aprirsi un dibattito sulla sua utilità, in particolar modo rispetto al fundraising.

Spesso non è chiaro di cosa si stia discutendo quando si parla di questo documento che, invece rappresenta il “DNA” di un’organizzazione e delle sue attività e, come un DNA, è il fondamento della sua esistenza sia per chi appartiene all’organizzazione (in questo caso si parla di “internal case”) sia per chi viene a contatto con essa (in questo caso si parla di “external case”).

Qualcuno dice che il Documento di buona causa non sposta un euro. Qualcun altro dice che non serve perché noi conosciamo già l’organizzazione e quali sono i nostri progetti. Altri dicono che è un lungo lavoro che, concretamente, non si utilizzerà mai e che perciò tanto vale elaborare direttamente uno slogan carino o del testo per una lettera senza perdere tempo.

Io affermo il contrario. Il Documento di buona causa può seriamente incidere sulla raccolta fondi. Aggiungo anche che se non condiviso chiaramente tra i membri dell’organizzazione, il fundraising non potrà che uscirne indebolito e improvvisato.

Documento di buona causa: uno strumento di conoscenza

Chiediamoci ora, in che modo il Documento di buona causa è utile e necessario per raccogliere fondi? Non di certo fornendone una copia ai nostri donatori… sai che rottura!

Chi lavora con me, sa bene che inizio sempre dalla compilazione del Documento di buona causa. Innanzitutto, lo utilizzo come strumento di conoscenza (in particolar modo interna all’organizzazione). E non sapete quante sorprese può rivelare!

Proprio di recente mi è capitato di assistere i membri di un’organizzazione che, dinanzi al paragrafo “Chi siamo. Mission e vision”, hanno esclamato: «Valeria, la nostra descrizione è diventata bellissima. Grazie!». La cosa singolare, però, è che io non ho aggiunto niente di più di ciò che loro avevano riportato in forma sparpagliata. Ho solo fatto un po’ di ordine, di raccordi linguistici e qualche parola ad hoc da “dizionario delle collocazioni”.

Perché le parole fanno la differenza. Vi faccio un esempio tratto dalla vera storia di compilazione di un Documento di buona causa: un confine è meglio definirlo aperto o labile? La risposta non sta solo nel significato – che in un determinato contesto potrebbe equivalersi – ma anche nella percezione degli aggettivi “aperto” e “labile”. Il primo è un aggettivo positivo, il secondo è un aggettivo negativo.

Il DCB è una forma di psicoanalisi delle organizzazioni

Nella mia esperienza il Documento di buona causa è sempre stato dirimente. Compilarlo è una forma di psicoanalisi dell’organizzazione e dei suoi progetti, ti fa guardare dentro e dentro a volte trovi delle pietre d’inciampo che non sospettavi ci fossero e che per la raccolta fondi possono essere veri e propri macigni. Allo stesso modo, puoi trovare delle “pietre miliari” di cui ci si era dimenticati e che indicano la strada da percorrere.

Mi è capitato che i membri del board di un’organizzazione, davanti al Documento di buona causa, hanno scoperto di avere visioni diverse del progetto per il quale si apprestavano a fare raccolta fondi e persino dei target da raggiungere. Ne abbiamo discusso, abbiamo sciolto i nodi e definito insieme progetto e target. Senza questo chiarimento la campagna di fundraising sarebbe nata con dei nodi all’origine che ne avrebbero sicuramente condizionato l’esito.

Mi è capitato anche che proprio la compilazione del Documento di buona causa abbia indotto a fermare l’avvio di una campagna di fundraising per un progetto. Scrivere nero su bianco aiuta a focalizzare; mettere a fuoco aiuta a vedere criticità, mancanze e debolezze. In questo caso, le criticità erano troppe, quindi abbiamo rimandato la campagna perché prima occorreva lavorare ulteriormente sul progetto e sulla sua “cantierabilità”.

Scrivere aiuta anche a prendere impegni con se stessi. Ecco perché la compilazione del Documento di buona causa deve necessariamente prevedere un forte coinvolgimento dell’intero board di un’organizzazione.

In conclusione: è importante e non è difficile

In campo aziendale, chi desideri dare forza e sostanza al proprio marchio, non può prescindere dalla compilazione di un brand brief, in cui elencare mission, audience, value proposition, values, personality attributes, competitor, products, proof points e brand big idea. Questo documento, che sicuramente va aggiornato nel tempo, resta comunque il faro della strategia di branding. La strategia di branding è all’origine delle vendite e del posizionamento dei prodotti. E fa la differenza nei profitti!

Allora perché non dobbiamo pensare che questo aspetto non sia importante per il nonprofit? Non abbiamo forse anche noi un brand? Non abbiamo target da individuare, ragioni per cui dovrebbero scegliere proprio noi, posizionamenti da raggiungere, obiettivi di incremento della raccolta?

Sì, sì e sì! Decisamente sì!

È fondamentale fare tutto ciò anche scegliendo le parole e il modo giusti per descrivere l’organizzazione e i suoi progetti. Insomma: è un problema di sostanza ma anche di forma: aggiungere o sottrarre parole? Solo testo, immagini o anche visual design?

Pensi sia difficile redigere un Documento di buona causa e avere in mente così tanti aspetti? Lo è molto meno di quanto immagini. Basta avere metodo, conoscere la struttura logico-contenutistica del Documento di buona causa, saper approcciare il lavoro pratico da fare nell’organizzazione e sapere come utilizzare il Documento per il fundraising.

Vuoi migliorare?

Tutto questo e altro ancora verrà illustrato nel corso Documento di buona causa che Valeria Romanelli terrà il 10 maggio in diretta su piattaforma online. La docente ti guiderà passo passo nella costruzione del tuo Documento di buona causa, strumento potente per parlare con i tuoi donatori (individui, aziende, e fondazioni). Partecipa anche tu! L’investimento richiesto è di soli 70€ + IVA.

Se vuoi maggiori informazioni o vuoi sapere quali sono le agevolazioni puoi richiedere informazioni o contattare Barbara Bagli, responsabile della formazione b.bagli@scuolafundraising.it.

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *